Quando siamo arrivati a Mogadiscio, l’11 dicembre 1992, il gruppo era formato dal comandante Bertolini (che adesso è generale), un capitano del Col Moschin, un altro operatore, io e due ufficiali dell’aeronautica. Gli altri italiani del contingente sono rimasti bloccati a Nairobi per una settimana – gli americani controllavano l’aeroporto e non ci davano il permesso di atterrare subito. Quindi quasi tutto il nucleo avanzato, che doveva organizzarci l’arrivo, non è riuscito a venire nei tempi previsti. Intanto, a Pisa, i reparti si preparavano a partire, caricando i VM e i mezzi leggeri sugli Hercules.
Appena atterrati, gli americani ci hanno portato alla cooperazione italiana. In realtà era solo una ONG, ma dentro c’era anche personale dell’allora SISMI. I nostri servizi segreti dovevano creare contatti sul posto e capire come muoversi – la popolazione somala era spaccata tra chi voleva l’intervento occidentale e chi lo osteggiava. Qualche giorno dopo, finalmente il resto del contingente riesce a raggiungerci e ci riprendiamo la nostra ambasciata. Non avevamo idea di cosa ci aspettasse dentro, così abbiamo preparato un intervento come si deve. Noi del Col Moschin eravamo sul posto, con un po’ di supporto extra da altri.
Il 16 dicembre, partiamo dall’aeroporto sui nostri VM e attraversiamo Mogadiscio. Nessuno ci ferma, non incontriamo resistenza. Durante l’irruzione non arriva un colpo: nell’ambasciata semidistrutta non troviamo altro che una famiglia. Li invitiamo ad andarsene, anche se poi il capofamiglia finirà a lavorare con noi dentro l’ambasciata. Mentre io e un tenente rimettiamo il Tricolore sul pennone, fuori c’è un piccolo gruppo di somali che applaude: gli italiani erano tornati.
Questa immagine rende l'idea del problema della polvere nelle zone interne della Somalia. Gli uomini del 9° Reggimento d'Assalto "Col Moschin" si riparano con sciarpe. Notare il lanciarazzi anticarro Apilas.
Dentro, la scena era un disastro totale. Non c’era più traccia di mobili e le pareti portavano i segni delle ferite: buchi e graffi provocati dalle raffiche di RPG-7 e AK-47. Per fortuna, nonostante qualche buco qua e là, le mura perimetrali tenevano ancora abbastanza bene. Così, dopo aver sistemato alla meglio il cancello d’ingresso, abbiamo preso in mano la situazione, organizzato i turni di guardia, e gestito l’ambasciata da soli per qualche giorno, in attesa che arrivasse il resto del contingente.
In Somalia, i clan dominano tutto: i più grandi sono suddivisi in sotto-clan. Il clan Hawiye, enorme, si divideva principalmente tra gli Abgal e gli Haber Gedir. Alla guida c’erano Ali Mahdi per gli Abgal e il generale Aidid per gli Haber Gedir. Due tipi che non si sopportavano per niente. Aidid era apertamente ostile agli occidentali, mentre Ali Mahdi era dalla nostra parte, soprattutto perché se il primo veniva catturato o ucciso, lui poteva diventare l’unico interlocutore con noi. Il nostro contingente operava proprio nella zona di Ali Mahdi.
Una volta messa l’ambasciata in sicurezza, Col Moschin aveva una serie di compiti belli tosti. Prima di tutto, doveva far rispettare il cessate il fuoco tra le diverse fazioni. La nostra squadra preparava i piani di movimento ogni giorno, girava col mezzo nel settore assegnato, e pattugliava senza sosta. Se beccavamo qualcuno armato, gli sequestravamo subito le armi. Il pattugliamento serviva soprattutto a rendere la zona più sicura, controllando chi girava armato. Ci muovevamo sia di giorno che di notte, sfruttando i checkpoint dei paracadutisti, e avevamo sempre un distaccamento pronto a intervenire, nel caso saltasse fuori qualche guaio. Quando è arrivata la maggior parte del contingente, abbiamo iniziato a spingerci verso nord, lungo la strada Imperiale, per trovare nuove aree dove il personale della missione poteva essere ridislocato.
Il Col Moschin interveniva spesso dopo delle soffiate. Ci arrivava voce che in una certa casa c’erano delle armi, ma poi quasi sempre ci trovavamo davanti solo qualche ferro arrugginito, giusto per difendersi, e magari uno o due caricatori. All’inizio sequestravamo tutto. Poi ci siamo resi conto che, a volte, portare via anche quell’unica arma non aveva senso. Meglio lasciargliela e togliere solo i caricatori – che comunque si procuravano senza troppi problemi al mercato nero – perché se un altro clan scopriva che quella famiglia era indifesa, poteva attaccarla senza paura. In realtà, le armi che ci interessavano erano altre: i depositi veri e propri, che il mio gruppo ha sempre scoperto nascosti sottoterra, mai dentro le abitazioni.
C’era poi l’altra faccia del nostro lavoro: scortavamo i convogli con gli aiuti umanitari, un compito che col tempo si è trasformato in pronto intervento nei casi di rapina. Avevamo l’appoggio degli elicotteri HH-3F dell’Aeronautica, e grazie a loro potevamo arrivare in zona in pochi minuti se i convogli subivano un attacco. A quel punto ci calavamo dall’elicottero, mettevamo in sicurezza l’area e ci mettevamo a rastrellare cercando i banditi. Ma in pratica, appena i somali sentivano l’elicottero, buttavano le armi e scappavano. Non avevamo neanche modo di arrestarli. Tutto questo succedeva soprattutto a nord, lungo la strada Imperiale. I nostri checkpoint erano a Balad, Giohar, Gialalassi, Bulo Burte e Belet Uen – che era l’ultimo avamposto italiano, quasi al confine con l’Etiopia.
A volte ci chiamavano anche solo per tenere l’ordine durante la distribuzione dei viveri. Una volta, per esempio, mi sono trovato a stendere qualche rotolo di concertina per indirizzare la folla e evitare che la situazione degenerasse.
20 giugno 1993, incursore del 9° battaglione d'assalto “Col Moschin” impegnato nella ricerca di un sospettato.
Spesso ci chiamavano per rapine fatte da un clan contro l’altro. Di solito si trattava di furti di bestiame, e dovevamo anche proteggere il Generale Rossi, che guidava il contingente, e i giornalisti come Carmen Lasorella. Dopo la battaglia del 2 luglio, incredibilmente, ci è capitato di scortare pure i Centauro. Ogni informazione che riuscivamo a raccogliere passava sempre dalla compagnia e veniva girata a chi di dovere. Se il SISMI aveva già qualche dato su una zona dove lavoravamo o dove dovevamo andare, ce lo faceva arrivare subito. Noi eravamo sempre in giro, portavamo ogni novità che riuscivamo a beccare. Insomma, era tutto un continuo scambio di informazioni.
Il Col Moschin era organizzato in distaccamenti. Ogni distaccamento era diviso in squadre che insieme riuscivano a sviluppare un volume di fuoco equivalente a quello di una compagnia. Ognuno portava caricatori nelle giberne e nello zaino. Io, per esempio, giravo sempre con caricatori per l’Heckler & Koch G3, con centinaia di colpi in tutto. Poi c’erano le cassette di munizioni per la Browning, che finivano sparpagliate sul pavimento dei nostri VM. Alla fine sembravamo davvero una Santabarbara ambulante.
Dopo l’attacco del 2 luglio al checkpoint Pasta tutto è cambiato, almeno nei rapporti con i somali. L’atmosfera è peggiorata in fretta: la gente ci guardava con sospetto, collaborava sempre meno. La scena classica era vedere la popolazione che ormai non si spostava nemmeno quando ci vedeva arrivare con i nostri mezzi. Anche i colpi di disturbo erano aumentati parecchio. Il motivo preciso non so dirlo, ma una cosa era chiara: a comandare davvero erano i capi villaggio, e tra la lingua e la diffidenza, capire cosa pensavano diventava ogni giorno più difficile. Al pastificio poi, durante quella battaglia, abbiamo fatto parecchi morti tra i miliziani. Anche quello, immagino, avrà avuto il suo peso nel cambiamento d’umore della gente.
Così, dopo il 2 luglio, per evitare problemi, ogni volta che dovevamo andare da Mogadiscio a Balad, prendevamo una strada alternativa che aggirava la zona pericolosa della via Imperiale, proprio dove c’era il pastificio. Ripreso il checkpoint Pasta, abbiamo lentamente ricominciato a usare la via Imperiale: lì c’era anche il mercato. In quei giorni arrivavano al Col Moschin tante richieste di bonifica: volevano che controllassimo tratti di strada che forse erano stati minati, o chiedevano di scortare personale dall’ambasciata fino all’aeroporto. Insomma, dopo il 2 luglio, eravamo quasi tutti a Mogadiscio.
Dopo settembre 1993, il contingente italiano si trasferì a Balad. Ci muovemmo insieme al genio paracadutisti, ai guastatori della Cecchignola, al Col Moschin, a un battaglione paracadutisti, alla sezione logistica e a un ospedale da campo che si occupava di cure mediche sia per i militari che per i civili somali. Dopo il 2 luglio, il Col Moschin venne quasi completamente ridislocato a Balad: mantenendo a rotazione un distaccamento in ambasciata ed uno di scorta al Generale Rossi. Il campo di Balad era anche il punto in cui accumulavamo tutte le armi sequestrate per poi farle brillare. Durante i rastrellamenti saltava fuori sempre un bel po’ di materiale esplodente, quasi tutto risalente alla guerra civile di qualche anno prima. Personalmente, sull’argomento avevo già esperienza — in Libano mi ero occupato spesso della distruzione delle armi. Con l’arrivo del genio, diversi uomini del Col Moschin vennero accreditati come BOE (Bonifica Ordigni Esplosivi).
Io e i miei colleghi abbiamo partecipato anche alla difesa del checkpoint Ferro ai primi di settembre. Ferro era su un incrocio a nord di Mogadiscio, in un quartiere controllato da Ali Mahdi, vicino a quello di Aidid dove c’era il checkpoint Pasta. A dirla tutta, da parte italiana il supporto agli uomini di Ali Mahdi era scarso: spesso ricevevamo lamentele sui viveri e medicinali promessi ma mai arrivati. La strategia italiana puntava soprattutto sulle zone controllate da Aidid, sperando di mantenere calma la popolazione. Questo errore di valutazione ha esasperato gli animi e portato all’assedio di Ferro. Siamo stati chiamati quando l’attacco era già iniziato, per bonificare con il nostro artificiere alcune bombe a mano inesplose. I militari che presidiavano Ferro erano tutti paracadutisti di leva, costretti a turni di guardia che duravano diversi giorni e, ovviamente, sotto forte stress. Mentre lavoravamo lì, arriva anche Carmen Lasorella. Con le telecamere in giro, la folla si è scaldata subito, e verso mezzogiorno la polizia somala ci ha suggerito di andar via: presto le pallottole avrebbero cominciato a fischiare. Decidemmo di asserrarci, usando le mura di una casa in costruzione e le blindo per formare un perimetro difensivo.
Poco dopo, due bombe a mano cinesi ci piovono addosso. Per fortuna, appena toccano terra si rompono: una si apre senza esplodere mentre l’ogiva di ferro della seconda si separa dal detonatore e rotola quasi fino ai nostri piedi. Il detonatore resta attaccato al manico di legno della bomba ed esplode, ma non ci fa danni.
La squadra di incursori del 9° Rgt. Col Moschin del Tenente Roberto Vannacci.
Visto che Ferro era in una conca, i somali cominciarono a farci rotolare pneumatici incendiati e tirarci sassi; non potevamo fare altro che aspettare e usare qualche lacrimogeno. Forse speravano che da parte nostra qualcuno sparasse — e così scatenare un incidente — ma sia noi che i ragazzi della Folgore abbiamo mantenuto il sangue freddo, evitando morti inutili. Sentivamo spari dai palazzi lontani, ma nessuno ci colpì. A quel punto era impossibile uscire dal perimetro, neanche muovere le blindo: la strada era piena di detriti di ogni tipo. Verso le quattro del pomeriggio arriva un carro Leopard con benna anteriore, pronto a sgomberare le barricate. Il Leopard è poi rientrato in patria con danni di livello tre, il massimo, perché avevano infilato blocchi di cemento tra i cingoli per immobilizzarlo. Sono riusciti anche a spaccare le feritoie blindate, Dio solo sa con cosa.
Alla fine arrivò un nostro capitano che riuscì a mediare con uno degli anziani, facendo finire la rivolta. Era un ufficiale davvero capace, passato in seguito al SISMI, e in Somalia aveva costruito una rete di rapporti e collegamenti per garantire la sicurezza del contingente. Tutti lo stimavano, dai leader ai capi tribali.
A quei tempi, i somali combattevano con poche regole. Non avevano paura di rischiare la vita e sapevano adattarsi in fretta, usando tutto quello che avevano. Spesso si facevano scudo con donne e bambini, e trovavano soluzioni assurde, tipo far sparare una M60 poggiata su un asciugamano tenuto da ragazzini. Per costruire barricate ci mettevano un attimo: bastavano un paio di materiali di fortuna e bloccavano intere strade. La tattica più comune era sparare qualche colpo di disturbo quando passavamo. In quei momenti, fermavamo i mezzi, prendevamo posizione e, se capivamo da dove arrivavano i colpi, rispondevamo, giusto per far capire che non eravamo impreparati. Alcune nostre squadre hanno avuto scontri pesanti, ma nessuno si è fatto male. Alla fine, sembrava quasi un test: volevano vedere come reagivamo, ma non credo avessero davvero intenzione di uccidere. Se lo avessero voluto, considerando che giravamo su VM completamente scoperti, un ferito ci scappava facilmente: bastava sparare dai tetti. I somali diventavano anche facili bersagli, però, perché tendevano a non muoversi quando sparavano.
Capitava anche di finire in qualche imboscata. Una volta, mentre stavamo passando sul bypass verso Balad, ci siamo ritrovati bloccati. Eravamo su blindo Fiat 6614 e VM. Ai somali poteva sembrare un convoglio militare, ma stavamo solo riportando a casa gente da una licenza in Italia. All’improvviso, la strada davanti era chiusa dalla carcassa di una macchina, e dietro il mezzo di coda avevano dato fuoco ai copertoni. Dal vicolo è saltato fuori un somalo, scortato da miliziani armati, con un razzo in mano. Non potevamo muoverci, così abbiamo deciso di non fare i duri e ci siamo tolti gli elmetti. Mentre i miei colleghi scendevano per trattare, abbiamo scoperto che, poco distante, elicotteri Cobra americani avevano appena finito un attacco. Quando si sono accorti che eravamo italiani e non c’entravamo niente con i raid, ci hanno lasciato passare. Se le cose fossero peggiorate, l’unica opzione sarebbe stata barricarsi dentro una delle case lì vicino e aspettare i rinforzi.
I somali sapevano bene chi eravamo. Bastava guardarci: le nostre armi, i mezzi diversi dagli altri reparti… capivano subito che non eravamo soldati qualsiasi. Poco prima della battaglia del pastificio ci arriva l’ordine di piazzare un checkpoint volante tra il mercato e il pastificio. Arriviamo, scendiamo dai mezzi. Uno dei miei prova a fermare una macchina, ma quello al volante non ne vuole sapere. Tra urla e qualche pugno sul cofano, alla fine si ferma e partiamo col controllo.
All’improvviso, sento casino alle spalle. Un somalo spunta dalla folla, ha in mano una di quelle baiaffe giganti, il coltello tipico. Senza preavviso, colpisce uno dei miei al fianco. Per fortuna il giubbetto ferma la lama, i ragazzi riescono a buttarlo a terra, ma non prima che partano colpi e un civile finisca ferito. Scoppia il caos. C’è un ferito a terra, mi ci butto addosso, lo tiro via alla svelta. Intanto, con la coda dell’occhio vedo una donna che si sposta e, da dietro le sue spalle, sbuca fuori un ragazzino con la fionda. Centra in pieno la mia faccia con un sasso. Riesco a pararmi con la Beretta SCP, ma il mignolo si rompe. Tutto questo per dire che i somali non avevano paura di nessuno. Anche quando sparavamo per aria non si muovevano: dovevi far fischiare le pallottole sopra la loro testa prima che si decidessero a scappare, soprattutto quando erano fatti di khat e assaltavano i camion dei rifornimenti fuori dal porto.
I somali combattevano con una determinazione feroce, spesso priva di regole ordinarie e alimentata dall’uso del khat. Usavano tattiche spregiudicate come farsi scudo con civili, ma dimostravano anche grande rispetto per gli italiani, riconoscendoli come un contingente diverso. I reparti speciali erano facilmente individuabili per via dei mezzi scoperti e dell’equipaggiamento pesante. Gli attacchi ai convogli e le imboscate urbane erano all’ordine del giorno, e per superarli servivano spesso sangue freddo e capacità di mediazione diplomatica sul campo.
Nel marzo 1994 l’operazione Ibis si avviava alla conclusione. Il Col Moschin ricevette l’ordine di gestire l’evacuazione finale da Mogadiscio. Il piano prevedeva di proteggere il porto mercantile e l’aeroporto fino all’imbarco dell’ultimo soldato italiano. Le operazioni di ripiegamento erano estremamente delicate: il rischio principale era che i miliziani di Aidid o di Ali Mahdi occupassero le posizioni abbandonate prima del tempo, scatenando scontri per il controllo dei materiali rimasti. La squadra si schierò sulle linee perimetrali, coordinandosi con i marines americani che stavano coprendo il recesso delle forze multinazionali di UNOSOM II.
20 giugno 1993, incursori del 9° battaglione d'assalto “Col Moschin” impegnati in combattimento durante la missione “IBIS” a Mogadiscio.
Durante le ultime notti a Mogadiscio, la tensione era altissima. I radar costieri e i visori notturni segnalavano movimenti continui di tecniche (i fuoristrada somali con mitragliatrici pesanti) lungo la via Marina. Il Col Moschin mantenne il silenzio radio e applicò rigide regole d'ingaggio: rispondere al fuoco solo in caso di minaccia diretta e ravvisata. Nonostante qualche colpo di disturbo contro le recinzioni esterne, la disciplina dei reparti evitò un’escalation finale, permettendo il completamento delle manovre di imbarco sulle navi della Marina Militare.
L’ultimo distaccamento del Col Moschin lasciò il suolo somalo a bordo di un elicottero CH-47 Chinook, decollato direttamente dalla pista dell'aeroporto mentre le prime pattuglie di miliziani somali varcavano i cancelli principali. L’operazione si chiudeva con un bilancio pesante per il contingente italiano, ma con la consapevolezza di aver evitato un disastro umanitario ancora peggiore grazie al continuo pattugliamento, alle bonifiche BOE e alla capacità di dialogo con la popolazione locale.
Rientrati in Italia, l’esperienza in Somalia ha segnato una svolta fondamentale per l'evoluzione delle nostre forze speciali. Le lezioni apprese in contesti di guerriglia urbana e peacekeeping asimmetrico hanno ridefinito completamente le dottrine d'impiego del reparto. Si è capito che la forza bruta non bastava: servivano flessibilità, intelligence sul campo e capacità di Socio-Military Cooperation (CIMIC).
L'addestramento successivo a Ibis è stato modificato introducendo simulazioni di controllo della folla, gestione dei checkpoint in aree ostili e tecniche avanzate di negoziazione interculturale. Anche l'equipaggiamento ha subito un salto di qualità: i vecchi VM scoperti hanno progressivamente lasciato il posto a veicoli blindati protetti, e le comunicazioni sono state rese più sicure grazie a sistemi di criptografia digitale di nuova generazione.
Il valore dimostrato dagli operatori del Col Moschin in terra somala ha consolidato il prestigio del reparto a livello internazionale, aprendo la strada alle future missioni nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq. La capacità di combinare il rigore militare con una profonda umanità e flessibilità è diventata il vero marchio di fabbrica dei contingenti italiani all'estero.
Oggi quel patrimonio di storie, sacrifici e competenze rimane impresso nella memoria del reparto. Le operazioni a Mogadiscio e Balad hanno dimostrato che, anche nelle situazioni più disperate, il fattore umano e la fermezza morale fanno la differenza tra il fallimento e il successo di una missione.
Danilo Amelotti rappresenta una delle figure di riferimento più note e rispettate nel panorama delle Forze Speciali italiane e della sicurezza privata. Con una carriera militare d'élite durata quasi venticinque anni, a cavallo tra gli anni novanta e la fine degli anni duemila, Amelotti ha servito come operatore anziano nel 9° Reggimento d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin", l’unità di punta dell’Esercito Italiano. Questo lungo percorso in uniforme ha forgiato un professionista poliedrico, capace in seguito di tradurre un inestimabile bagaglio operativo in una seconda carriera di successo come analista di rischio, formatore, autore e stimato divulgatore web.
L'iter che lo ha portato a diventare un Incursore dell'Esercito Italiano è iniziato prestissimo: Amelotti è riuscito a superare le durissime selezioni del "Nono" a soli 17 anni, un primato d'eccezione all'interno del reparto. All'interno del reggimento, con sede a Livorno, non si è limitato all'attività operativa sul campo ma ha ricoperto ruoli specialistici di massima responsabilità per circa un quarto di secolo. È stato infatti Special Forces Team Leader, guidando distaccamenti operativi in contesti critici, oltre a operare come tiratore scelto, esperto di contro-cecchinaggio e operatore da ricognizione a lungo raggio. Questa straordinaria versatilità lo ha reso uno degli incursori anziani di riferimento prima del suo congedo.
La sua storia al Col Moschin coincide fedelmente con le principali operazioni internazionali che hanno visto impegnata l'Italia. Amelotti è stato dispiegato in teatri geopolitici ad altissima instabilità a partire dalle drammatiche fasi della missione Ibis in Somalia nei primi anni Novanta. Successivamente ha operato ripetutamente nei Balcani, precisamente in Bosnia, Kosovo e Albania, per il ripristino della pace e il contrasto alle fazioni ostili. Non sono mancati i complessi turni di servizio nel cuore della guerra al terrorismo globale del nuovo millennio, prendendo parte alle campagne militari in Afghanistan e Iraq.
Danilo Amelotti e il suo libro “Una Casa Da Difendere”, un manuale che affronta la difesa abitativa partendo dalla prevenzione psicologica e strutturale prima ancora che dall'uso delle armi.
Oltre alle missioni di combattimento e alle attività di Close Protection per la scorta di personalità ad alto rischio, un capitolo fondamentale della sua biografia è legato all'insegnamento. Amelotti ha prestato servizio presso l'ISTC (International Special Training Centre) in Germania, un centro d'eccellenza della NATO. In questa struttura internazionale ha operato come istruttore specializzato in Conduct After Capture (CAC), addestrando il personale delle Forze Speciali alle delicate tecniche di sopravvivenza, evasione, resistenza agli interrogatori e fuga in caso di cattura in territorio nemico.
Un servizio così prolungato e condotto in prima linea gli è valso numerose onorificenze e decorazioni al merito, sia nazionali che internazionali. Il suo medagliere, pur nel consueto riserbo che contraddistingue gli operatori delle Forze Speciali, include le Croci d'Oro e d'Argento al Merito dell'Esercito per il lungo e meritevole servizio d'istituto, le Croci commemorative per le operazioni di pace nei vari teatri esteri e le Medaglie NATO per il servizio svolto nelle missioni internazionali. A queste si aggiungono le prestigiose insegne di qualifica d'onore, come il brevetto da Incursore Paracadutista.
Accanto alle grandi campagne belliche, la sua carriera riserva anche dettagli insoliti, come la partecipazione a una spedizione scientifico-militare in Antartide, dove le sue capacità di sopravvivenza in condizioni estreme sono state messe al servizio della ricerca scientifica. Oggi, svestita la divisa da Maresciallo in riserva, Amelotti è noto al popolo del web con lo pseudonimo di "Clint", firma con cui cura seguitissimi canali di divulgazione video e collabora regolarmente con portali specialistici come BrigataFolgore.net, spiegando la geopolitica e le tattiche militari ai non addetti ai lavori.
La sua missione attuale è quella di diffondere una concreta cultura della sicurezza. Ha pubblicato libri di successo come "Una Casa Da Difendere", un manuale che affronta la difesa abitativa partendo dalla prevenzione psicologica e strutturale prima ancora che dall'uso delle armi. Inoltre, nel luglio 2026, ha presentato una proposta tecnica per integrare il Decreto Legislativo 81/2008 sulla sicurezza sul lavoro, con l'obiettivo di introdurre tutele legali e protocolli di Travel Risk Management per le aziende italiane che inviano i propri dipendenti civili a operare in aree geografiche ad alto rischio.
9° “Col Moschin”
Somalia, 1992-1993: Il 13 dicembre 1992, durante l’operazione Restore Hope, un C-130 Hercules della 46ª Aerobrigata porta a Mogadiscio una squadra di incursori del 9º Reggimento “Col Moschin” che occuperanno il palazzo dell’ambasciata italiana, abbandonato dall’inizio della guerra civile nel 1991.
Il 5 giugno 1993, circa 20 incursori interverranno per salvare un gruppo di caschi blu pakistani, caduti in un’imboscata vicino a Radio Mogadiscio.
Quattro settimane dopo, durante la Battaglia del pastificio, il Sergente Maggiore Incursore Stefano Paolicchi, effettivo al reparto, sarà il primo caduto della battaglia durante un primo tentativo, alle 9.30 del mattino, di riprendere il controllo del quartiere.
Saranno inoltre diversi gli incursori feriti durante la battaglia. Il reparto combatterà il 2 luglio 1993 senza sosta, in modo incessante, casa per casa, vicolo per vicolo, stanando i cecchini somali in tutto il quartiere di Aliwa, dalle prime ore del mattino fino all’ordine di ripiegamento, giunto intorno alle ore 13:00.
Battaglia del Checkpoint a Mogadiscio, il paracadutista Stefano Ruaro: passati 30 anni ma quell’inferno non va rimosso.
Edolo (Brescia), 11 luglio 2023 – “È stata una battaglia in cui l’Esercito italiano ha versato il più alto tributo di sangue dopo la II Guerra Mondiale, nonostante fossimo in missione umanitaria. Ora vorrei che a tutti i 31 feriti fosse reso l’onore che meritano".
Ricorda così il “suo” 2 luglio 1993, Stefano Ruaro, 57 anni di cui 35 passati al servizio dello Stato nell’Esercito italiano. Quel giorno, data della battaglia del Checkpoint Pasta a Mogadiscio, era incursore paracadutista del 9° Reggimento d’assalto Paracadutisti “Col Moschin” (reparto di élite delle forze speciali), nel contingente italiano nella Somalia dilaniata dalla guerra civile, per l’operazione umanitaria Ibis sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Il rastrellamento di routine in un quartiere di Mogadiscio finì con la morte di tre soldati italiani (Andrea Millevoi, Stefano Paolicchi e Pasquale Baccaro) e appunto 31 feriti, come ricordato in occasione dei trent’anni dalla sanguinosa battaglia anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni (al Vittoriano è stata inaugurata anche una mostra).
"La Somalia? Era il caos", ricorda Ruaro, che vive a Edolo, nel Bresciano. Lo fu anche quel 2 luglio. Un’operazione che sulla carta doveva essere tranquilla si trasformò in un inferno: barricate, sassaiole dei civili che coprivano le retrovie dei miliziani, cecchini sui tetti. Forse i somali (galvanizzati dal khat, la “droga dei poveri”) volevano difendere un grosso quantitativo di armi o nascondere uno dei signori della guerra, il generale Aidid.
"Noi eravamo professionisti addestrati, con equipaggiamenti buoni per l’epoca. Ma c’erano tanti ragazzi di leva, paracadutisti, che si sono trovati a combattere corpo a corpo. Si sono battuti come leoni". Anche gli uomini del 1° Reggimento Carabinieri paracadutisti Tuscania diedero un grande supporto.
Ruaro, dopo aver fermato un centro di fuoco (un cecchino catturato, due messi in fuga), fu colpito a gambe e mano destra, ma come descrive il decreto presidenziale che, nel 1995, lo ha insignito della medaglia di bronzo al valor militare, è riuscito "con grande fermezza d’animo e stoica sopportazione del dolore a mantenere il controllo del mezzo evitando ai commilitoni trasportati di permanere sotto il fuoco nemico. Soccorso dai colleghi, pur consapevole della gravità delle ferite, li incitava a proseguire nell’azione".
Dopo 30 anni , ricordi, volti, pensieri sono tutti perfettamente impressi nella mente. "Paolicchi si sarebbe dovuto sposare a fine luglio. Dobbiamo ringraziare le famiglie, a partire dalla mia, per tutte le preoccupazioni che hanno vissuto".
Oggi Ruaro, in pensione, si dedica alle sue passioni, a partire da quella di maestro di sci, e si occupa di progetti destinati a ragazzi con disabilità.
Ma l’impegno è anche a non far dimenticare questa pagina di storia e perché quanto accaduto non sia vano (imparando anche dagli errori), visto che in vari angoli del mondo sono attive altre quattordici missioni italiane.
"Vorrei che a ciascuno dei 31 feriti fosse dato un riconoscimento. Probabilmente nei paesi in cui vivono non sanno neanche chi sono questi uomini che 30 anni fa hanno vissuto l’inferno e che si sono battuti con onore. Non è facile convivere con i ricordi di ciò che abbiamo visto, chiedersi perché altri sono morti in un Paese in cui non eravamo invasori".
Oltre che in Somalia, Ruaro è stato in Iraq, Afghanistan, Bosnia. Rifarebbe tutto? "Sì, e non solo perché è il lavoro che ho scelto. La domanda che mi pongo è se se sia servito ciò che abbiamo fatto. Io credo di sì".