INTRODUZIONE ALLE MISSIONI ITALIANE IN SOMALIA
di Francesco Bruni all'epoca Colonnello Paracadutista
L'operazione "Somalia" ha sicuramente costituito, per l'entità delle forze complessivamente impiegate e per la delicatezza del compito assolto, una delle più impegnative missioni svolte nell'ultimo decennio. I considerevoli mutamenti subiti dallo scenario in cui essa è stata condotta, in termini sia di relazioni tra le forze di pace e le fazioni somale, sia dei successivi riadeguamenti delle aree di responsabilità e dei compiti, hanno consentito all'Italia di maturare un'ampia gamma di esperienze di elevatissimo interesse e di trarne importanti ammaestramenti.
La problematica del comando e del controllo delle operazioni a carattere multinazionale ed ONU ha costituito uno degli aspetti di maggiore valenza in Somalia. In proposito è emerso inequivocabilmente che, in operazioni di "peace support", deve essere sempre chiara e netta la distinzione delle attribuzioni tra il livello politico-strategico e quello militare della missione, e che ad entrambi i livelli le principali Nazioni partecipanti debbano essere adeguatamente rappresentate, in modo da poter concorrere attivamente al processo decisionale relativo alla condotta delle operazioni. È determinante la definizione del giusto rapporto tra il fine da raggiungere e i mezzi da impiegare per diminuire così il rischio che le missioni di pace si trasformino in attività prettamente militari o addirittura di guerra.
A tal proposito, in una tavola rotonda promossa dal Centro Alti Studi Militari, il Cte della B.par. "Folgore" (Gen. Bruno LOI), nel suo intervento, fece un'attenta disamina sugli errori strategico-politico-militari commessi sia in Casa ONU che in casa "Italia".
Da questa disamina appare evidente che le Nazioni Unite, tenuto conto della situazione di crisi da fronteggiare e degli obiettivi da perseguire, dovrebbero valutare attentamente la compatibilità dei contributi offerti dalle diverse Nazioni sotto l'aspetto sociale, religioso, politico e delle capacità operative dei singoli contingenti, emanando in via preliminare direttive riguardanti la selezione e la composizione degli stessi al fine di ottimizzarne l'impiego.

23 giugno 1993 - Nelle vicinanze del confine etiopico, in un villaggio nei pressi di BELET-HEIN, dove il 187° rgt. par. "Folgore" farà saltare un sito di armi e munizioni consegnatogli dal Ras del posto.
L'esperienza maturata fa riflettere come, al di là della ragione delle armi, sia più appagante, sia da un punto di vista egoistico d'immagine internazionale sia da quello più rilevante di una coscienza umanitaria nazionale, che tali operazioni si debbano ispirare a una strategia sociale basata principalmente sul contatto potenzialmente amichevole con le popolazioni locali, comprendendone usi e costumi e rispettando, anche se apparentemente dissolta, ciò che è rimasto della loro dignità religiosa e storica.
Ultima considerazione è che ciascuna Nazione che partecipa a una forza multinazionale con finalità umanitarie deve approntare la propria aliquota con forze armate ben equipaggiate e professionalmente addestrate allo specifico compito, ben consapevoli che anche in questi tipi di operazioni potrebbe risultare inevitabile il sacrificio supremo di alcuni propri uomini.

La cattedrale di Mogadiscio fu costruita tra il 1925 e il 1928 durante il periodo del dominio coloniale italiano in Somalia.
LA GUERRA CIVILE
Per comprendere quei giorni è necessario partire dall’inizio. Il 23 maggio 1986 il dittatore somalo Siad Barre rimane coinvolto in un incidente stradale ed è costretto a un lungo ricovero in ospedale. I suoi oppositori, attivi almeno dal 1978, colgono la palla al balzo per cercare di esautorare il presidente. Ma Barre resiste e presto il confronto tra le parti si trasforma in una guerra civile.
Nel 1991 il leader è costretto a lasciare il Paese. La pace però è un lontano miraggio. Nel nord la regione del Somaliland dichiara unilateralmente l’indipendenza. Il resto del territorio è di fatto in preda all’anarchia: varie tribù controllano le singole regioni, mentre il nuovo presidente Ali Mahdi Mohamed riesce a tenere in mano solo la capitale Mogadiscio. Ma nemmeno lì la sua presa è sicura. Il suo potere è contrastato dal generale Mohammed Farah Aidid. La frammentazione territoriale, politica e tribale si tramuta nella disgregazione dell’esercito. La guerra civile riprende con intensità anche maggiore.
Il 23 gennaio 1992 il Consiglio di sicurezza dell’ONU vara la Risoluzione 733, istituendo un embargo sull’invio di armi in Somalia. Il 3 marzo i due principali sfidanti, Ali Mahdi e Aidid, stipulano una tregua, consentendo l’arrivo di aiuti umanitari. Il bilancio è terribile: oltre 40 mila persone sono morte negli scontri, per le malattie o per la fame. A fine aprile inizia la missione UNOSOM 1 (United Nations Operation in SOMalia), con un contingente militare multinazionale di circa 4 mila uomini.
A dicembre, con la Risoluzione 794, le Nazioni Unite approvano l’invio di una coalizione di forze di mantenimento della pace a guida statunitense. La missione, che assumerà il nome UNITAF (UNIfied TAsk Force), è nota come operazione Restore Hope in italiano «Ristabilire la Speranza». Anche l’Italia partecipa con un suo piccolo contingente, comandato dal generale Giampiero Rossi.
La pace però non regge. Nonostante accordi e conferenze, Ali Mahdi e Aidid continuano a scontrarsi. La situazione diventa insostenibile, soprattutto con l’inasprirsi degli attacchi delle fazioni locali (spesso con l’uso delle masse come scudi umani o elementi di provocazione) alle forze ONU.
UNOSOM 2
Impossibilitate a trovare soluzioni alternative, le Nazioni Unite approvano la Risoluzione 814. È il 26 marzo 1993. L’operazione militare in Somalia proseguirà sotto il nome di UNOSOM 2, con l’obiettivo di disarmare le milizie.
Grande novità è il cambio delle regole di ingaggio, fino ad allora compatibili con una missione di pace (i caschi blu potevano aprire il fuoco solo ed esclusivamente per difendersi). Ora, le truppe sono autorizzate all’uso della forza per perseguire i propri obiettivi.
L’operazione conta 28 mila uomini provenienti da 40 paesi. L’Italia, con il suo contingente ITALFOR al comando del generale Bruno Loi, contribuisce con gli incursori del 9° Reggimento d’assalto «Col Moschin», i paracadutisti della Brigata «Folgore» e del 1° Reggimento Carabinieri «Tuscania», i fucilieri di Marina del Battaglione «San Marco», una compagnia di tank M-60 del 132° Reggimento Carri e alcuni blindati pesanti «Centauro» dell’8° Reggimento «Lancieri di Montebello». L’area operativa dei nostri connazionali è quella di Mogadiscio, dove controllano sei check-point: «Obelisco», «Banca», «Demonio», «Nazionale», «Ferro» e «Pasta».
Il 2 luglio 1993 le forze italiane hanno in programma un rastrellamento nel quartiere Haliwaa, nel nord della capitale. L’obiettivo è confiscare le armi del clan degli Haber Ghedir, la tribù del generale Aidid, i cui membri alloggiano nella zona.
L’operazione ha il nome in codice «Canguro 11». Due colonne di veicoli, Alfa e Bravo, devono battere un’area di 400 metri per 700, tra i check-point «Ferro» e «Pasta». Le formazioni, guidate da carri M-60 e blindati «Centauro», viaggiano a bordo di autoblindo Fiat 6614 e cingolati VCC-1. Nessuno è preoccupato, all’inizio. Poi qualcosa va storto. I soldati italiani vengono accolti da una sassaiola. La missione non può proseguire in sicurezza, non senza chiamare rinforzi.
I manifestanti mostrano il corpo di una donna morta e accusano i militari di aver aperto il fuoco, reclamando giustizia. Trattandosi di una missione di peacekeeping, con regole stringenti sulla possibilità di sparare, e avendo concluso il rastrellamento, le colonne ricevono l’ordine di rientrare subito alla base per evitare disordini.

03 luglio 1993 - Il check-point "Banca". Sullo sfondo quello che rimane del meraviglioso albergo "La croce del sud".
LA «BATTAGLIA DEL PASTIFICIO»
I miliziani di Aidid, intanto, hanno saputo della presenza degli italiani e tendono loro un’imboscata. Appostati sui tetti e in mezzo alla folla (usata in questo caso come scudo umano) gli uomini del generale aprono il fuoco sulla colonna Alfa mentre si trova nei pressi del check-point «Pasta». La precisione del loro tiro non è delle migliori, ma per gli italiani è impossibile rispondere senza colpire i civili.
Mentre in strada scoppia il caos, da una barricata improvvisata parte un colpo di RPG (razzi anticarro, Ndr). Uno dei blindati VCC-1 viene immobilizzato. Uno dei militari a bordo, il caporale Pasquale Baccaro, paracadutista di leva del 186° Reggimento «Folgore», rimane ucciso. Altri sono feriti.
Intanto i veicoli della colonna Beta hanno quasi raggiunto la base di Balad, principale centro operativo italiano in Somalia. Dal comando arriva l’ordine di fare dietrofront e correre in soccorso delle forze bloccate. In cielo gli elicotteri d’attacco AW-129 «Mangusta» vengono dirottati sulla zona dei combattimenti per fornire supporto aereo. È difficile, i miliziani sono indistinguibili dalla folla. Una camionetta avversaria viene distrutta. Il personale a bordo dei carri M-60 è costretto ad aprire il fuoco con le mitragliatrici.
Alla fine, dopo un intenso combattimento, gli italiani riescono a evacuare il personale ferito e intrappolato. I veicoli danneggiati sono moltissimi, diversi rimangono abbandonati in fiamme al bordo della strada. Rientrati alla base è il tempo della conta dei danni.
I morti sono tre. Oltre a Pasquale Baccaro sono caduti anche il sottotenente Andrea Millevoi, dell’8° «Lancieri di Montebello», e il sergente maggiore Stefano Paolicchi, del 9° «Col Moschin». A tutti loro verrà concessa la Medaglia d’oro al Valor Militare, massima onorificenza militare italiana. I feriti sono 29.
Non si saprà mai quanti somali persero la vita quel giorno. Le stime ufficiali parlano di 67 vittime, ma probabilmente furono molte di più. Almeno altre 103 persone riportano ferite.

03 giugno 1993 - Il monumento al milite ignoto somalo.
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Francesco Bruni
Biografia
Nato a Roma il 19 marzo 1945, iniziò la sua carriera militare nel 1965 presso la Scuola di Fanteria a Cesano di Roma (RM) come Allievo Ufficiale di Complemento. Al termine del corso, promosso Serg. AUC di complemento, viene trasferito al 1°Btg., 12ª Cp. Mortai da 120, del 114° Rgt. Fanteria “Mantova” della Divisione “FOLGORE” di stanza a Tarcento (UD) frequentando in questo periodo il “Corso di Ardimento” presso la Caserma di Artegna (UD). Nel 1966 viene nominato S.Ten. di complemento di 1ª nomina e trasferito alla 4ª Cp. mortai da 120mm. del I° Btg. del 183° Rgt.f. aviotrasportata “NEMBO” dislocata a Villa Vicentina (UD). Congedato nel 1966 fu richiamato in servizio nel 1969 presso il Ministero della Difesa Esercito a Roma per l’esigenze del Consiglio Superiore dell’Ordine di Vittorio Veneto.
Nel 1971, quale vincitore del 7° concorso per il passaggio in servizio permanente effettivo nel ruolo Speciale Unico (R.S.U.) e da poco più di un anno sposato con la Sig.ra Ombretta Bruno da cui avrà 3 figli (Andrea,Amedeo e Luca), viene trasferito a nuovo incarico presso l’ Accademia di Sanità Militare Interforze – Nucleo Esercito (N.E.A.S.M.I.) di Firenze quale Ufficiale istruttore degli aspiranti medici accademisti.
Nel 1974 viene nuovamente impiegato presso il Ministero della Difesa Esercito prendendo servizio alla Direzione Generale Ufficiali dell’Esercito presso la 9ª Divisione Ricompense ed Onorificenze
Nel 1980 s’iscrive alla sezione A.N.P.d’I di Roma per frequentare il 54° corso palestra presso l’Associazione conseguendo il brevetto civile di paracadutista. Nel maggio 1981, dopo aver frequentato il corso di conversione del proprio brevetto, da civile in militare, consegue presso la Scuola Militare di paracadutismo (SMIPAR) il Brevetto militare nr. 69871.
Nell’ottobre del 1982, con il grado di Capitano, assume il comando, presso la Scuola Militare di Paracadutismo, della 9ª Compagnia paracadutisti “Tigre” del 3° Btg. par. ”Poggio Rusco”.
Nel 1984 assume l’incarico, presso lo Stato Maggiore dell’Esercito (SME), di Capo della Segreteria del 3° Reparto “Impiego delle Forze” con il Gen. Franco Angioni, appena rientrato dalla missione italiana in Libano.
Nel 1985, con il grado di Maggiore, viene trasferito all’ Ispettorato di Fanteria e Cavalleria assumendo l’incarico di Uff.le add.to alle attività addestrative delle Scuole dipendenti ed a quelle aviolancistiche dei paracadutisti “fuori corpo”.
Nel 1989, nominato Tenente Colonnello, rientra nella Brigata paracadutisti assumendo Vice Comando del Btg. Logistico par. “Folgore” di stanza a Pisa. In questo periodo decide di trasferire tutta la famiglia e di prendere la sua residenza nella cittadina di Calci (PI) in cui vive tutt’ora.
Nel 1991, essendo il Battaglione impiegato nella missione “Provide Confort” in Afganistan settentrionale a favore della popolazione curda (1ª crisi del Golfo), assume il comando del Distaccamento del Btg. log. par. ”Folgore” rimasto in Italia al fine di organizzare i rifornimenti via mare e l’invio del personale con vettori aerei.
Nel 1993 parteciperà alla missione denominata “IBIS” in Somalia come Capo Ufficio per il coordinamento con la popolazione civile e responsabile degli 11 posti distribuzione viveri a Mogadiscio. Il tragico 2 luglio si troverà anche lui nel mezzo della battaglia al “Check-Point PASTA” dove il contingente italiano avrà 3 morti e 22 feriti.
Rientrando in Patria, dopo un breve periodo (3 anni) presso il Comando Militare della Regione a Firenze, assume l’incarico di Capo della Segreteria del C.te della Brigata paracadutisti “FOLGORE” a Livorno e nel febbraio 1999 viene collocato in congedo.
La mia Somalia: Operazione "IBIS"
Il libro è la descrizione della pianificazione e organizzazione della missione di pace sotto l'egida delle Nazioni Unite denominate UNISOM I e II a cui partecipò anche l'Italia con un suo contingente che prese il nome di "Operazione IBIS". Di quest'ultima sono narrati tutti gli accadimenti ed in particolare il tragico agguato del 2 luglio 1993 a Mogadiscio al check-point "Pasta" dove perirono 3 nostri militari e si ebbero 29 feriti.
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