SOMALIA
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L’INFERNO DI POLVERE ROSSA: IL MIO ’93 IN SOMALIA CON IL 2° REP

  Calvi, Corsica. Fine novembre 1992. Quando squilla la sirena a Camp Raffalli non perdi tempo a fare domande. Noi della 3ª Compagnia del 2e Régiment Étranger de Parachutistes siamo addestrati per questo: zaino affardellato, FAMAS oliato e pronti a saltare ovunque nel mondo in meno di ventiquattro ore. Ma quello che ci aspettava in Africa orientale, sotto il nome di Operazione Oryx, era un tipo di inferno che nessuno di noi aveva mai visto prima.

A guidarci in quella follia c’era il nostro comandante, il Colonnello Michel Touron. Un ufficiale tutto d'un pezzo, uno che non parlava a vanvera. Ricordo ancora quando ci radunò prima della partenza: ci guardò negli occhi e fu chiaro. Ci disse che la Somalia era nel caos più totale, un paese senza governo e senza legge, dove i clan armati fino ai denti stavano affamando la popolazione sequestrando ogni singolo chicco di riso degli aiuti umanitari. Sotto il comando strategico del Generale René Delhome, che guidava l'intero contingente francese (COMELEF), il Colonnello Touron aveva il compito di proiettare la forza d'urto del REP nel settore più isolato dell'entroterra. Sapeva di poter contare su di noi, e noi sapevamo che lui non avrebbe tollerato la minima esitazione.

Prima di toccare il suolo somalo, fummo rischierati per qualche giorno a Gibuti, la nostra base di appoggio logistico con le Forze Francesi stazionate lì (FFDJ). Quella sosta non fu una vacanza. Il comando volle un addestramento specifico e spietato per acclimatarci e prepararci alla guerriglia urbana e desertica. Marce forzate sotto un sole che spaccava le pietre, simulazioni di imboscate tra le rocce laviche del deserto del Grand Bara e tiri di reazione rapida con il FAMAS. Ci addestrammo anche alle tecniche di controllo della folla e alle procedure di sbarco rapido dai camion e dagli elicotteri. Quando i polmoni bruciavano per l'aria calda e la sabbia, i nostri istruttori ci ricordavano che in Somalia un secondo di esitazione sarebbe costato la vita. Ne uscimmo d'acciaio, pronti a tutto.



   Un legionario del 2° REP schierato a protezione della popolazione civile somala durante la distribuzione degli
   aiuti umanitari nel 1993.


Il nostro aereo, un C-130 Hercules decollato proprio da Gibuti, ha toccato la pista dell'aeroporto di Mogadiscio il 9 dicembre 1992. Quando il portellone posteriore si è abbassato, siamo stati investiti da una vampata di aria calda, densa, che puzzava di fumo, mare e di cadaveri in decomposizione. Intorno a noi c’era un rumore assordante: i rotori degli elicotteri dei Marines americani che facevano la spola e il viavai frenetico delle truppe della coalizione UNITAF.

Abbiamo fatto base lì, nel perimetro dell'aeroporto, dormendo per terra e tenendo gli occhi aperti. Mogadiscio era una città fantasma, ridotta in macerie, dove lo schiocco dei proiettili vaganti non smetteva mai, nemmeno di notte. Sapevamo però che non saremmo rimasti a fare la guardia alla pista. Il comando ci aveva assegnato la provincia di Bakool, al confine con l'Etiopia. Dopo Mogadiscio abbiamo superato la spettrale Baidoa, la "città della morte", muovendoci decisi verso nord-ovest per stabilire il nostro avamposto.

Il nostro obiettivo finale era Hoddur (Xuddur), dove abbiamo stabilito la nostra base operativa avanzata. Per i lunghi spostamenti e le pattuglie la nostra casa erano i VAB, i nostri veicoli blindati su ruote. Passare ore e ore là dentro, sotto il sole somalo che picchiava a più di quaranta gradi, era una tortura vera e propria. All'interno l'aria diventava irrespirabile, satura dell'odore di gasolio, sudore e metallo rovente. Le lamiere scottavano così tanto che non potevi appoggiarti senza i guanti tattici. Eppure, quel guscio d'acciaio era la nostra unica salvezza contro i proiettili vaganti e le schegge dei mortai. Quando aprivamo i portelloni posteriori per scendere in azione, l'aria esterna ci sembrava quasi fresca, nonostante la polvere rossa che si sollevava e ci impastava immediatamente la bocca.

Non eravamo soli in quella distesa di spine. A darci supporto c'erano i camerati del 1er REC (Reggimento Cavalleria Straniera) con i loro blindati pesanti ERC-90. Vedere quelle torrette con i cannoni da 90mm muoversi al nostro fianco ci dava una bella iniezione di fiducia. Cooperavamo alla perfezione: la cavalleria creava una cintura di sicurezza intorno agli obiettivi con la sua micidiale potenza di fuoco, mentre noi del REP entravamo a piedi per fare il lavoro sporco.

Ricordo in particolare un rastrellamento di armi in un villaggio a pochi chilometri da Hoddur. I servizi d'informazione avevano segnalato un deposito clandestino gestito da una fazione fedele a un signore della guerra locale. Circondammo l'area alle prime luci dell'alba, con i motori dei VAB e degli ERC-90 che ruggivano in distanza per far capire che non scherzavamo. Entrammo casa per casa, capanna per capanna. I "Mooryaan", i banditi locali drogati di khat, ci guardavano con occhi carichi di odio ma pieni di paura, tenendo les mani bene in vista. Quella mattina scovammo decine di AK-47, casse di munizioni cinesi e persino un paio di lanciarazzi RPG nascosti sotto i sacchi di grano rubati agli aiuti umanitari. Chi provò ad accennare una reazione venne immobilizzato all'istante. Con la Legione non si scherzava.

Vivere a Hoddur significava muoversi costantemente sul filo del rasoio. Il nostro rapporto con la popolazione locale era un misto di sguardi diffidenti e disperazione. Durante le distribuzioni di cibo d'intesa con la Croce Rossa, la situazione rischiava di esplodere ogni secondo. Centinaia di persone affamate si accalcavano contro i nostri cordoni di sicurezza; dovevamo essere fermi, quasi brutali nel mantenere l'ordine per evitare che i più deboli venissero schiacciati dalla calca, ma al tempo stesso vedevi l'umanità ferita nei loro occhi. I bambini ci chiedevano acqua, mentre poco distanti i basisti dei clan ci studiavano, pronti a scatenare il caos per saccheggiare i camion.



   Unità della Legione Straniera del 2° REP su veicoli da ricognizione pattugliano un villaggio nell'entroterra
   somalo durante l'Operazione Oryx nel 1993.


Il momento più teso fu il confronto ravvicinato con un capo clan locale che pretendeva una "tassa" in cibo per lasciarci transitare su una pista interna. Il nostro capitano non batté ciglio. Lo incontrammo al limitare di un villaggio, circondato dai suoi sgherri armati. Il capitano si tolse lentamente gli occhiali da sole, lo guardò dritto negli occhi e, indicando un VAB con la mitragliatrice pesante puntata sulla sua direzione, gli disse con voce calma e glaciale: "Noi siamo la Legione Straniera. Se un solo proiettile sfiora i nostri camion, questa pista diventerà il vostro cimitero". Il vecchio signore della guerra lesse la determinazione nei nostri occhi, sputò a terra il khat che stava masticando e fece cenno ai suoi uomini di abbassare le armi. Quello fu il nostro lasciapassare.

Anche sperduti in quell'avamposto dimenticato da Dio, i vecchi rituali storici della Legione non sono mai venuti meno; erano l'unica cosa che ci teneva legati alla civiltà e all'onore del reggimento. Ogni singola mattina, prima che il sole iniziasse a bruciare la savana, c'era l'alzabandiera a Hoddur. Inquadrati perfettamente, con le uniformi sbiadite dal sudore ma in ordine, cantavamo a passo lento i nostri canti tradizionali, come Le Boudin. Sentire quelle voci gravi intonare le vecchie marce in mezzo al nulla somalo faceva venire la pelle d'oca.

La sera, quando pulivamo le armi, non mancava mai il rispetto per la sacra tradizione del Roulage delle sigarette e il cameratismo attorno alle razioni k. Mangiavamo tutti insieme, dal legionario di prima classe all'ufficiale, cementando quel legame di sangue che solo chi indossa il Képi Blanc può capire. Chi non rispettava il codice subiva la tradicional punizione della Legione: turni di guardia extra sotto il sole a picco o lo scavo di trincee nella roccia dura, senza sconti per nessuno.

I somali impararono presto a temerci. Di notte, quando i clan pensavano di avere il vantaggio, noi accendevamo i visori notturni e puntavamo i sistemi termici dei nostri missili MILAN verso il deserto. Se provavano ad avvicinarsi alle nostre linee di pattuglia sui loro "Technical", aprivamo il fuoco prima ancora che potessero vederci. Ci sono stati diversi scontri a fuoco ravvicinati lungo le piste sabbiose; rispondevamo con una violenza d'impatto tale da farli desistere in pochi minuti. Non eravamo lì per negoziare.

Un momento che non dimenticherò mai è stata la notte del 24 dicembre 1992. Eravamo schierati in mezzo al nulla, nel settore di Hoddur. Il nostro cappellano militare, Padre Henry, celebrò la Messa di mezzanotte all'aperto, usando una cassa di munizioni rovesciata come altare. Eravamo tutti lì, in ginocchio nella terra rossa, con il FAMAS a tracolla e il colpo in canna. Mentre il prete benediceva il pane, i nostri occhi continuavano a scrutare il buio oltre la sagoma dei blindati, pronti a sparare al minimo movimento. Quella notte il Natale lo abbiamo festeggiato così, con l'odore del carburante e lo spettro dell'ennesimo attacco.

Abbiamo tenuto il settore di Hoddur con il pugno di ferro per mesi, ripulendo le strade e permettendo ai convogli di cibo di passare. Poi, nei primi mesi del 1993, la situazione ha iniziato a cambiare con l'arrivo dei caschi blu dell'UNOSOM II. Per noi della 3ª Compagnia del 2° REP, la missione si è conclusa nell'aprile del 1993, data della nostra partenza definitiva dalla Somalia per rientrare in Corsica.

Quando siamo tornati a Camp Raffalli, la nostra bandiera non ha ricevuto una nuova palma collettiva (come era successo per Kolwezi), ma molti dei nostri ufficiali e diversi legionari della mia compagnia sono stati decorati individualmente con la Croix de la Valeur Militaire per le azioni di fuoco a Hoddur. Avevamo fatto il nostro dovere, mantenendo la parola data e senza perdere uomini sul campo in quel settore maledetto.


   Un paracadutista del 2° REP della Legione Straniera interagisce con i bambini somali durante un pattugliamento
   a Hoddur (1993).


L'AMARA RIFLESSIONE: IL DESTINO DI UNA TERRA SPEZZATA
Oggi, a distanza di tempo, quando ripenso a quei mesi passati a Hoddur, mi ritrovo spesso a fare una riflessione sul destino della Somalia. Quando siamo partiti nell'aprile del '93, avevamo l'illusione di aver lasciato un pezzo di terra pacificato. Avevamo riaperto le strade, distribuito tonnellate di riso e ricacciato i banditi nei loro buchi. Ma la verità è che non puoi curare una ferita così profonda solo con i blindati e i fucili.

Appena le forze occidentali hanno iniziato a ritirarsi e l'ONU ha mostrato le sue debolezze, i signori della guerra sono tornati fuori come scorpioni dalle rocce. Quella terra sembra condannata a un ciclo infinito di violenza e vendette tribali che nessun contingente straniero potrà mai sradicare davvero. Noi della Legione abbiamo fatto il nostro dovere con onore, obbedendo agli ordini e proteggendo i deboli finché siamo rimasti lì. Ma la Somalia appartiene ai somali, e finché i loro clan preferiranno il sapore del sangue e del potere a quello della pace, la polvere rossa di Hoddur continuerà a essere bagnata dalle lacrime della sua gente.








Operazione Oryx





2e Réggimento Étranger de Parachutistes












René Delhome



Biografia
Il Generale René Delhomme è nato nel 1942 ed è stato un rinomato ufficiale dell'esercito francese La sua formazione e la sua giovinezza sono state orientate verso la carriera delle armi portandolo a frequentare le principali scuole di addestramento militare e a specializzarsi inizialmente nelle truppe di marina Durante le sue prime esperienze di comando ha dimostrato spiccate doti tattiche e gestionali che lo hanno guidato verso ruoli di crescente responsabilità fino a diventare l'assistente del comandante della prestigiosa 9ª Divisione d'Infanterie de Marine.


La sua carriera operativa ha raggiunto l'apice nei primi anni novanta quando è stato nominato comandante supremo del contingente francese in Somalia.


Il fulcro del suo operato è coinciso con la celebre Missione Oryx avviata nel dicembre del 1992 in stretta coordinazione con l'operazione statunitense Restore Hope Il Generale Delhomme ha guidato con fermezza un corpo di spedizione composto da oltre 2100 militari francesi che includeva battaglioni di fanteria motorizzata reparti dell'aviazione leggera dell'esercito e genieri Sotto il suo comando diretto le truppe francesi hanno preso il controllo della delicata area di Hoddur estendendo la sicurezza su una superficie di circa venticinquemila chilometri quadrati.


Il legame operativo più stretto e immediato del Generale Delhomme con il corpo d'élite della Legione Straniera e in particolare con il 2° REP ovvero il 2º Reggimento Straniero Paracadutisti si è manifestato proprio all'inizio di questa operazione I paracadutisti della 3ª Compagnia del 2° REP di stanza a Gibuti sono stati infatti i primissimi in assoluto a intervenire sul campo a Mogadiscio ponendosi sotto la sua direzione strategica per l'apertura del teatro operativo Il generale ha saputo integrare perfettamente la rapidità d'azione e il rigore di questi reparti scelti per garantire la riuscita dei primi aviolanci e della messa in sicurezza delle piste d'atterraggio.


Durante i nove mesi della missione il contingente guidato dal Generale Delhomme ha gestito con successo il disarmo parziale delle fazioni locali la bonifica di migliaia di mine e il sequestro di enormi quantitativi di munizioni illegali Grazie alla sua coordinazione dei soldati regolari e dei veterani della Legione Straniera le forze sul campo hanno garantito la scorta ai convogli umanitari internazionali stabilizzando la regione centro occidentale del paese Questa straordinaria esperienza sul campo ha confermato il suo valore come comandante internazionale e ha segnato una pagina fondamentale nella storia delle moderne operazioni di pace francesi.




2° REP Art

  

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