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PARACADUTISTI BELGI IN MISSIONE
UMANITARIA IN SOMALIA

di Thierry Charlier


  Il Consiglio dei Ministri belga, l'11 settembre 1992, conferma la partecipazione alla forza delle Nazioni Unite destinata a proteggere i convogli di aiuto umanitario in Somalia, Paese dilaniato dalla guerra civile e da parecchi mesi in preda alla carestia.

La missione sarà scaglionata in dodici mesi e dovrà garantire la reale distribuzione dell'aiuto alla popolazione. Il costo complessivo per la costituzione di tale forza — 587 paracadutisti — è previsto in 1.100 milioni di franchi belgi (il Belgio vi partecipa direttamente con 136,3 milioni di franchi belgi; le restanti paghe e spese logistiche sono corrisposte dalla Comunità Europea).

Soltanto domenica 13 dicembre 1992, alle ore 7:30 locali, i primi paracadutisti belgi — 120 uomini dell'11ª Compagnia del 1º Battaglione Paracadutisti di Diest — mettono piede sul suolo somalo. Arrivano direttamente dal Belgio, con scalo tecnico ad Addis Abeba, a bordo di 8 velivoli C-130 che atterrano all'aeroporto di Mogadiscio. In un'ora i paracadutisti scaricano 22 veicoli, mortai da 60 mm, mitragliatrici, armi individuali, munizioni e provviste.

Intanto il tipo di operazione affidata ai belgi subisce una variazione: le lettere "UN" dipinte sui veicoli bianchi vengono coperte con la bandiera belga (rimovibile). I belgi, destinati alla Somalia per un anno, passano temporaneamente sotto comando americano per un'operazione umanitaria a carattere militare: l'Operazione Restore Hope. Al termine di questa fase, passeranno sotto l'autorità formale dell'ONU.

I paracadutisti, guidati dal Tenente Colonnello Marc Jacqmin (responsabile dei militari belgi nella zona), ricevono all'arrivo a Mogadiscio il compito di proteggere il porto e l'aeroporto, venendo alloggiati in un capannone portuale. Rimangono nella capitale somala per poco tempo: all'alba del 20 dicembre 1992, effettuano insieme ai militari americani uno sbarco su una spiaggia situata tra la città e il porto di Kismayo. L'11ª Compagnia e circa 250 Marines vengono acclamati dalla popolazione locale.

   Nonostante i tiri di intimidazione, i Paracadutisti belgi non si lasciano mai superare dagli elementi armati
   delle fazioni e, durante la loro presenza, provvedono alla sicurezza dentro Kismayo. Questo paracadutista è
   armato di un fucile d'assalto FNC cal. 5,56.


L'aeroporto era occupato dagli uomini del Colonnello Omar Jess e il porto da quelli del suo alleato, il Generale Mohammed Farrah Aidid. La maggior parte dei Technicals (i veicoli armati che spargono il terrore) era stata dislocata fuori dalla città in seguito alla minaccia americana di sparare a vista su qualsiasi mezzo aggressivo.

Gli scontri nella zona di Kismayo vedevano contrapposti i combattenti del Colonnello Omar Jess e i sostenitori del Generale Mohammed Said Hersi (noto come "Generale Morgan", genero dell'ex presidente somalo Mohammed Siad Barre). In precedenza, il 15 maggio 1992, Omar Jess e il Generale Aidid erano riusciti a strappare il controllo della città e del porto proprio al Generale Morgan. Questi combattimenti facevano ancora tremare Kismayo la sera prima dell'arrivo delle truppe alleate americano-belghe.

Arrivato a Kismayo, il Tenente Colonnello Marc Jacqmin, insieme al Maggiore Daniel Moors (comandante del 3º Lancieri Paracadutisti di Stockem, l'ex squadrone Recce), inizia le trattative con Omar Jess. Dopo alcuni giorni di forti tergiversazioni, il leader somalo accetta di lasciare la città e di ritirarsi a Canjeel (30 chilometri a nord-ovest di Kismayo) con tutti i suoi veicoli e le sue armi. L'operazione avviene sotto la scorta dei paracadutisti belgi del 3º Lancieri e con il carburante rifornito dagli americani. Un soldato belga evidenzia la situazione paradossale dichiarando: "Non capisco più niente: siamo venuti fin qui con il compito di scortare i convogli di aiuti, ed eccoci a scortare dei banditi!"



CONTA MOLTO L'ASPETTO
Le forze di Omar Jess assommano a 100-200 uomini, in maggioranza sotto l'influenza del khat (un blando anfetaminico), e dispongono di 4-5 autocarri GMC, 2 cannoni da 155 mm, una centrale radio, 1 veicolo cingolato BTR-50 e una decina di fuoristrada 4x4 (in parte Toyota) equipaggiati sul pianale posteriore con mitragliatrici, cannoni antiaerei, cannoni tradizionali o lanciarazzi multipli. Gli uomini sono armati con fucili d'assalto G3, AK-47, M16 e pistole mitragliatrici Sterling in pessime condizioni.

Per i combattenti somali l'aspetto esteriore è fondamentale: occhiali scuri, t-shirt di vario genere con scritte come "I am the boss" e, se possibile, armi con il calcio spezzato, considerato un elemento più "virile". Gli uomini del Generale Morgan sono invece accampati ad Afmadu (circa 60 km a nord-ovest di Kismayo) e anch'essi hanno conservato le armi pesanti e i veicoli.

Dall'arrivo dei militari belgi e americani, la zona di Kismayo è considerata interdetta a chiunque sia armato. Questa regola vale sia per i residenti sia per i visitatori, con le sole eccezioni di:

  • Guardie di scorta alle ONG (in maggioranza ex banditi), autorizzate solo se in possesso di porto d'armi e unicamente durante le missioni insieme a chi li ha assoldati.
  • Poliziotti locali, riconoscibili dall'uniforme o da un berretto blu; si tratta in tutto di circa trecento persone (delle quali solo quattordici armate di fucile) che effettuano il servizio di pattuglia assistiti dalle forze della coalizione. Possono portare armi solo in servizio e se accompagnati da militari belgi o americani.


I militari belgi organizzano dei posti di controllo mobili giornalieri per perquisire i veicoli in circolazione nella città e sequestrare le armi eventualmente a bordo. Inoltre, effettuano pattuglie di sicurezza: a piedi durante il giorno e su veicoli blindati Scimitar di notte. I militari americani nella zona di Kismayo sono agli ordini del Brigadiere Generale Lawson W. Magruder e appartengono alla 10ª Divisione da montagna con base a Fort Drum, nello Stato di New York.

Nonostante tutto, in città vi sono ancora molte armi, come provano i tiri di intimidazione e i lanci di pietre di cui sono vittime i militari belgi. Di notte, nel tentativo di farli uscire dagli Scimitar, vengono offerte loro delle prostitute spinte in strada al loro passaggio, ma i paracadutisti non si lasciano coinvolgere. Se però i belgi in servizio di pattuglia vengono presi di mira da franchi tiratori, non esitano a rispondere al fuoco. Il 15 gennaio 1993, un tiratore scelto belga armato del nuovo fucile di precisione AW (Accuracy International Arctic Warfare) di fabbricazione inglese — utilizzato dai paracadutisti belgi per la prima volta in operazione — ferisce a una gamba un bandito somalo. In seguito a questo incidente, poiché il colpo è stato messo a segno da grande distanza, i somali comprendono che i belgi colpiscono il bersaglio senza esitazione.

   Un parà belga a Kismayo nel 1993.


Nonostante i servizi di pattuglia e i posti di blocco, gli uomini armati continuano a circolare in città, per le strade e nei mercati. All'arrivo di una pattuglia, si mescolano alla folla nascondendo rapidamente le armi sul posto. Per questo motivo, i paracadutisti belgi decidono di organizzare l'Operazione Casbah: l'azione viene attuata lunedì 18 gennaio 1993, dalle ore 4:30 del mattino fino alle 9:00, all'interno dei souk (i mercati e negozi) di Kismayo.



I BANDITI INTORNO ALLA CITTÀ
I vari compiti vengono assegnati ai paracadutisti alla luce dei fari di un camion. Tutto il quartiere verrà bloccato: nessuno potrà entrarvi o uscirne. I tiratori scelti si appostano sui tetti e alle ore 4:00 tutti sono ai loro posti.

Alle 4:30 la prima porta, quella di un noto bordello, salta sotto i colpi del Sottotenente Hugo Heeren, comandante in seconda della 13ª Compagnia del 1º Battaglione Paracadutisti (la compagnia francofona). All'interno i militari scoprono una cassa di munizioni piena di banconote, scellini somali e qualche taglio da 100 dollari, ma nessuna arma. Intanto la polizia somala, tramite l'uso di megafoni, invita gli abitanti ad aprire spontaneamente le porte e a depositare in mezzo alla strada le armi possedute, avvertendo che gli ingressi sbarrati saranno abbattuti con la forza.

I paracadutisti arrivano davanti a una porta di metallo. Il proprietario del negozio è presente ma afferma di non avere la chiave; il Sottotenente Heeren gli concede dieci minuti per andarla a recuperare, ma l'uomo non si muove. Heeren tenta di sfondarla a calci, ma la porta resiste: "Chiama la bestia — dice al sergente — che venga con il suo apriscatole!". Trenta secondi dopo la "Bestia" arriva: un militare di un metro e novanta di muscoli che impugna una mazza. Pochi colpi decisi e la porta cede. "Non ci sono armi, niente armi!", grida il proprietario. Il Sottotenente Heeren entra nel locale e ne esce pochi minuti dopo con un lanciarazzi RPG-7 e del filo per dinamite. "E questa che roba è?", sogghigna il sottotenente puntando l'arma sotto il naso del commerciante. "Oh, è vecchio, non funziona!", si limita a rispondere l'uomo in un inglese approssimativo. Il negoziante viene lasciato libero, ma il materiale viene sequestrato.

Al termine dell'Operazione Casbah, nella mattinata, il bottino complessivo dei paracadutisti ammonta a 250 chilogrammi di esplosivi, 25 chili di munizioni, 54 armi individuali e 10 armi di squadra.

Per tutta l'operazione, mentre i paracadutisti della 13ª e della 21ª Compagnia perquisiscono casa per casa, due elicotteri Alouette volano sul quartiere a bassa quota. Nugoli di bambini, inseguiti dai poliziotti somali armati di sferze e bastoni, seguono le orme dei militari. Quando questi ultimi si ritirano, alcuni giovani somali, in preda al khat, urlano: "Belgians no good; Americans, good!". Il Sottotenente Heeren non può trattenersi dal commentare: "Ancora una volta gli americani hanno tenuto per sé il ruolo migliore! Loro distribuiscono il cibo, noi facciamo i poliziotti! Non è strano che i somali ci prendano a sassate, ci sputino addosso e minaccino di tagliarci la gola!"

L'intenzione dei paracadutisti belgi di disarmare la città di Kismayo e i dintorni fa crollare bruscamente la calma iniziale, soprattutto dopo l'operazione di perquisizione effettuata all'alba di sabato 23 gennaio 1993, denominata "Morning Market". Questa operazione è identica all'Operazione Casbah e si svolge nell'area del mercato di Kismayo. Viene inoltre notata una ripresa delle attività da parte dei banditi accampati all'esterno della città, elemento che suscita una crescente preoccupazione tra i commercianti locali, i quali, privati delle proprie armi a causa dei sequestri, temono ora di non potersi più difendere.

Il primo incidente grave per il contingente belga accade venerdì 22 gennaio 1993, verso le 22:45: cinque paracadutisti della 13ª Compagnia del 1º Para rimangono feriti dall'esplosione di una bomba a mano mentre sorvegliano il commissariato di polizia nel centro di Kismayo.

La sera successiva, sabato 23 gennaio 1993, alcuni somali aprono il fuoco dal tetto di una casa contro una pattuglia belga. I paracadutisti circondano e assaltano immediatamente l'edificio, uccidendo due somali armati e catturandone altri quattro.

Il giorno seguente, domenica 24 gennaio 1993, un veicolo 4x4 apre il fuoco per due volte contro un convoglio belga; i paracadutisti rispondono al fuoco ferendo uno degli occupanti. Questo ritorno alla violenza deriva anche dal fatto che molti individui, costretti a interrompere i saccheggi dopo l'arrivo delle forze straniere, hanno perso l'unica fonte di reddito e cercano vendetta. In assenza di lavoro, il saccheggio resta l'unica attività che sanno praticare.



MORGAN CONTRO JESS
A Kismayo la popolazione non vede risultati tangibili dell'azione umanitaria Restore Hope; al contrario, il sequestro delle armi all'interno della città espone gli abitanti inermi alle scorrerie dei banditi armati che operano nei dintorni. Temono soprattutto il clan Morgan, che ha stabilito un campo a 15 chilometri da Kismayo e semina il terrore nella zona, tanto che nessuno osa più coltivare la terra o raccogliere i frutti del lavoro: non appena il raccolto viene terminato, le bande armate intervengono per sottrarlo.

La stessa dinamica si ripete nei villaggi a nord di Kismayo: americani e belgi trasportano con convogli scortati le preziose vettovaglie, che gli abitanti ripongono nei granai; tuttavia, non appena la scorta multinazionale riparte, i "bandits" (come li chiamano i somali) arrivano e, armi in pugno, costringono la popolazione a consegnare tutto ciò che è stato appena distribuito. Questa estorsione è facilitata dal fatto che gli abitanti hanno dovuto cedere ogni mezzo di difesa alle forze della coalizione. Di fronte a tale situazione, gli alleati decidono di affrontare il problema alla radice: lunedì 25 gennaio 1993, le forze americano-belghe sferrano un attacco contro gli uomini di Morgan trincerati a Beerrxaan (40 chilometri a nord-ovest di Kismayo).


   Parà belgi nel corso dei rastrellamenti a Kisimayo.

Intimato l'ordine di evacuare le loro posizioni, gli uomini del Generale Morgan lo ignorano. La forza multinazionale spara inizialmente alcuni colpi di avvertimento, sperando che i banditi abbandonino le armi e fuggano, ma questi rispondono al fuoco e danneggiano un elicottero americano Cobra. A quel punto, quattro elicotteri Cobra americani attaccano le postazioni con i razzi, mentre gli uomini del 3º Lancieri Paracadutisti (guidati dal Maggiore Daniel Moors) aprono il fuoco con i cannoni da 30 mm dei veicoli blindati Scimitar.

Durante lo scontro, i blindati leggeri da ricognizione belgi mettono fuori combattimento due veicoli 4x4 (uno armato di lanciarazzi multiplo, l'altro di cannone binato antiaereo). Nello stesso attacco vengono distrutti anche sei veicoli adibiti al trasporto di armi pesanti, un lanciarazzi isolato, un veicolo trasporto truppe blindato BTR-50 e cinque pezzi d'artiglieria. Durante le successive operazioni di rastrellamento dell'area, le porte degli edifici in cui viene opposto rifiuto vengono abbattute per garantire la sicurezza del settore.

I paracadutisti belgi occupano la località di Beerrxaan, dove rinvengono numerosi cadaveri. In questi combattimenti, i somali subiscono un bilancio totale di otto morti e trentaquattro feriti, mentre non si registra alcuna perdita tra le file della coalizione alleata.


   Un paracadutista del Reggimento Para-Commando belga avanza in perlustrazione a Kismayo, in Somalia.

Il Generale Morgan, sostenendo da sempre che il controllo sul porto spetti di diritto al proprio clan, dichiara inoltre che non rispetterà l'accordo di cessate il fuoco siglato ad Addis Abeba finché non avrà strappato Kismayo al rivale, il Colonnello Omar Jess. Il 31 gennaio 1993, Morgan minaccia nuovamente di investire Kismayo, scatenando il panico tra la popolazione civile. Ciò provoca un nuovo intervento delle truppe belghe e americane a Beerrxaan: i veicoli blindati Scimitar belgi e gli elicotteri Cobra americani aprono il fuoco ancora una volta, causando ulteriori morti e feriti tra le milizie somale.

Dopo che il Generale Morgan sembra essersi momentaneamente calmato, il contingente belga e americano può finalmente dedicarsi alla missione originaria: scortare il carico della nave da trasporto statunitense USS Sea Pearl verso i punti di distribuzione all'interno del Paese. Tuttavia, nella notte tra il 21 e il 22 febbraio 1993, una colonna di circa 150 uomini del clan Morgan viene localizzata dagli americani verso le ore 1:30 a circa 10 chilometri da Kismayo, per poi dileguarsi nel nulla. Dispersi in piccoli gruppi, i miliziani riescono a penetrare all'interno della città; si scatenano così violenti scontri urbani contro le forze del Colonnello Omar Jess, che si protraggono per cinque giorni.

Il Generale Said Mohammed Hersi Morgan, nativo della regione, rivendica da sempre il possesso della città. Il suo rivale, il Colonnello Omar Jess (ex ufficiale dell'esercito del dittatore Siad Barre), gliel'aveva strappata il 15 maggio 1992. Durante queste operazioni, i tiratori scelti belgi impiegano il fucile di precisione britannico L96A1 (in calibro 7,62 × 51 mm NATO, equipaggiato con ottica Schmidt & Bender PM 6×42).

Quando le forze della coalizione riescono a intervenire in modo massiccio, i belligeranti dei due clan rivali sono già scomparsi dal centro urbano. Nei pressi dell'aeroporto, tuttavia, i paracadutisti belgi subiscono l'attacco di circa sessanta somali: i militari rispondono al fuoco uccidendo due assalitori. Nella sola giornata di lunedì 22 febbraio, il bilancio complessivo tra i somali è di 19 morti e 63 feriti, mentre si registrano soltanto 3 feriti leggeri da parte belga.

I paracadutisti della 13ª Compagnia del 1º Para si schierano per formare uno schermo protettivo attorno alla città di Kismayo. A partire dal 22 febbraio presidiano le postazioni giorno e notte, ristabilendo l'ordine nell'area. Da quel momento vengono sparati solo colpi di mortaio isolati e razzi illuminanti a scopo dissuasivo. Gli uomini della 13ª Compagnia, posizionatisi sull'altura del Comando, controllano efficacemente sia il porto sia l'aeroporto mediante l'uso di sistemi missilistici controcarro MILAN.




CONFISCATO O DISTRUTTO
In seguito al tentativo degli uomini di Morgan di riconquistare la città, gli americani lanciano un ultimatum al generale, ingiungendogli di ripiegare con uomini e materiali entro la mezzanotte del 25 febbraio, nella zona assegnatagli a Doble (50 chilometri a nord-ovest di Kismayo). Tutto ciò che verrà trovato fuori da quell'area dopo tale data sarà confiscato o distrutto.

A causa di questi avvenimenti gli americani, che si preparavano ad affidare a 837 militari belgi il comando di un territorio vasto il doppio del Belgio, decidono di rimandare il ritiro di 3.000 dei 18.000 soldati (GI) ancora presenti sul territorio somalo nel quadro dell'Operazione Restore Hope. I belgi proseguono la loro missione: garantire la sicurezza nella città e nella regione, continuare l'addestramento della polizia locale, proteggere l'aiuto umanitario e tenere sotto controllo l'aeroporto e il porto. Proteggono costantemente le navi della Croce Rossa, quelle di altre organizzazioni non governative, il commissariato di polizia, i magazzini generali della città e le relative strade di accesso.


   Parà belgi e Marines statunitensi in Somalia nel 1993.

Gli americani, dopo aver affidato il comando ai belgi a Kismayo, lo cedono anche agli australiani a Baidoa e ai marocchini a Bali-Dogle, vicino alla capitale. Cercano poi dei contingenti sostitutivi per le zone in cui operano da soli: a Bardera, per esempio, dove si attende l'arrivo degli indiani, e a Merca, sulla costa, per la quale i sostituti non sono ancora previsti.

I militari belgi rimarranno un anno in Somalia. Parteciperanno, dopo il termine di Restore Hope, alla missione delle Nazioni Unite denominata UNOSOM II. Tale operazione, che vedrà riuniti circa 20.000 uomini, sarà diretta dal Generale turco Çevik Bir. Per il momento tutti attendono i negoziati tra le varie fazioni, che dovrebbero svolgersi nel quadro di una grande conferenza di pace. Essa, forse, riporterà la speranza; ma pochi, sul campo, vi credono davvero.



EFFETTIVI BELGI PRESENTI IN SOMALIA
Primo contingente:

  • 1º Battaglione Paracadutisti (1º Para) con base a Diest, composto dall'11ª Compagnia, dalla 13ª Compagnia (francofona) e dalla 21ª Compagnia.
  • 3º Reggimento Lancieri Paracadutisti con base a Stockem (Arlon), ex squadrone da ricognizione (Recce).
  • 14ª Compagnia del Genio Para-commando con base a Emblem (provincia di Anversa).
  • 4º Reggimento Cacciatori a Cavallo.
  • 4º Battaglione Trasmissioni (4º TTr) con base a Weiden (nella periferia occidentale di Colonia, ex RFT).


Il contingente iniziale ammonta a un totale di 837 uomini.


Secondo Contingente (Avvicendamento dall'8 al 22 aprile 1993)
Il cambio a questi elementi viene effettuato tra l'8 e il 22 aprile 1993, con l'arrivo delle seguenti unità:

  • 2º Battaglione Commando (2º Codo) con base a Flawinne (Namur).
  • Batteria d'Artiglieria Para-commando con base a Brasschaat.
  • Reparti di supporto logistico del Genio, dei Trasporti e della Sanità.



4° REGGIMENTO CACCIATORI A CAVALLO
La polvere rossa della Somalia non cancellò mai del tutto i riflessi argentei dei caschi d’argento che il 4° Reggimento Cacciatori a Cavallo aveva indossato, quasi un secolo prima, sui campi della Grande Guerra. Quando, agli sgoccioli del 1992, gli ordini di mobilitazione raggiunsero i reparti, per questa storica unità della cavalleria leggera belga si aprì un capitolo radicalmente nuovo. Nati nel lontano 1836 come avanguardia per il pattugliamento rapido dei confini del giovane Regno del Belgio, i Cacciatori avevano attraversato il Novecento mutando pelle, abbandonando i destrieri per i motori e le corazze, affrontando l'invasione tedesca del 1940 e vegliando sui confini della NATO durante la Guerra Fredda. Ma la sfida che li attendeva nel Corno d'Africa non assomigliava a nulla di ciò per cui erano stati addestrati.

La Somalia dei primi mesi del 1993 era un inferno a cielo aperto. Inseriti nel dispositivo internazionale delle missioni UNITAF (Restore Hope) e successivamente UNOSOM II, i Cacciatori a Cavallo si ritrovarono proiettati a Chisimaio, una città portuale del sud strategica quanto polverosa. Fu proprio in questo contesto che l'unità formò un binomio operativo indissolubile con un'altra élite delle forze armate belghe: i Para-Commando.

Lontano dalle pianure europee, la collaborazione tra le due specialità divenne la chiave per la sopravvivenza del contingente. Mentre i Para-Commando fornivano la micidiale forza d'urto della fanteria leggera, muovendosi a piedi tra i vicoli o presidiando i punti più sensibili, i Cacciatori a Cavallo mettevano in campo lo scudo e la mobilità. A bordo dei loro blindati leggeri Scorpion, veicoli agili che facevano della rapidità la propria forza, i Cacciatori aprirono costantemente la strada ai fanti con i baschi amaranto e verdi, scortandoli nelle aree più impervie del settore.

Insieme, Cacciatori e Para-Commando divennero gli angeli custodi delle organizzazioni umanitarie. Ogni giorno, la forza combinata della fanteria d'élite e dei cingolati leggeri apriva la strada ai convogli della Croce Rossa stracolmi di grano e medicinali, costantemente nel mirino dei saccheggiatori lungo le piste sterrate dell'entroterra. Vivere a Chisimaio in quel sanguinoso 1993 significava operare sul filo del rasoio. La città era una polveriera in cui le dimostrazioni di piazza potevano trasformarsi in trappole mortali. Nei posti di blocco allestiti agli ingressi della città, i soldati delle due unità trascorsero mesi sotto un sole accecante, disarmando le fazioni locali e stringendo i denti di fronte alla minaccia costante dei cecchini nascosti tra le macerie. Lavorando a stretto contatto anche con gli sminatori, bonificarono tonnellate di ordigni inesplosi che infestavano le strade e i villaggi, restituendo un briciolo di sicurezza a una popolazione stremata.

Quando il contingente belga lasciò infine la Somalia, il bilancio politico dell'operazione globale si rivelò drammaticamente complesso, ma il 4° Reggimento Cacciatori a Cavallo e i Para-Commando vi avevano impresso una traccia indelebile. Quella missione dimostrò che lo spirito dei vecchi esploratori dell'Ottocento, unito alla fermezza delle truppe d'élite, era capace di muoversi nell'incertezza profonda, non più per caricare il nemico a colpi di sciabola, ma per stendere uno scudo d'acciaio a protezione delle vite umane.













Para-Commando











Compagnie







Marc Jacqmin



Biografia
Il Maggior Generale Marc Jacqmin è un ufficiale generale in congedo dell'esercito belga, figura di spicco delle truppe d'élite della Brigata Para-Commando, noto a livello internazionale per aver comandato le forze belghe in Somalia e per aver ricoperto alti incarichi diplomatico-militari.

Entrato nell'esercito belga nell'agosto del 1964, si è formato come ufficiale d'accademia, conseguendo nel 1987 il titolo di Ufficiale di Stato Maggiore presso l'Istituto Reale Superiore di Difesa (IRSD).

Con il grado di Colonnello, è stato il comandante supremo del contingente belga rischierato a Chisimaio (Kismayo) nell'ambito della drammatica missione di pace ONU UNOSOM / UNITAF. Ha gestito sul campo le prime e complesse fasi della guerra civile somala.

Ha guidato la prestigiosa Brigata Para-Commando belga dalla fine del 1995 alla fine del 1996.

All'inizio del 1997 è stato nominato Capo di Gabinetto del Ministro della Difesa belga Jean-Pol Poncelet ed è stato promosso al grado di Maggior Generale. Successivamente ha assunto il comando della 1ª Divisione Meccanizzata dell'esercito.

È stato nominato successivamente come secondo in comando (Vicecomandante) presso il quartier generale del corpo d'armata multinazionale Eurocorps a Strasburgo.

Nel 2002 ha lasciato il servizio attivo dopo 38 anni di carriera. Nel 2003, Jacqmin è balzato alle cronache nazionali denunciando pubblicamente che la mancata concessione del titolo onorifico di Aiutante di campo del Re fosse una "ritorsione" dello Stato Maggiore. La vendetta interna sarebbe scaturita dalle sue dure e storiche critiche relative alla mancanza di preparazione e supporto con cui i paracadutisti belgi erano stati inviati nel tragico massacro del Ruanda del 1994.

Dopo il congedo definitivo avvenuto a dicembre del 2002, ha lavorato nel settore privato come Senior Consultant per la sicurezza privata (Seris Security) e come consulente di leadership ed executive crisis management a Bruxelles.




Parà Art


























Lo scandalo delle fotografie e i processi militari

Lo scandalo più rilevante sui Para-Commando belgi in Somalia emerse solo qualche anno dopo, nel 1997, quando alcuni ex commilitoni consegnarono alla stampa delle fotografie shock scattate proprio a Chisimaio nel 1993.


Le immagini mostravano comportamenti brutali da parte di elementi d'élite della brigata. In una foto diventata tristemente famosa in tutto il mondo, si vedevano due paracadutisti (Claude Baert e Kurt Coelus) che tenevano un bambino somalo sospeso sopra un falò acceso, come se lo stessero "rosticciando". Altre immagini mostravano prigionieri bendati legati alle antenne radio dei veicoli.


Lo scandalo portò a una serie di storici processi davanti alla Corte Militare belga. Molti dei soldati coinvolti si difesero affermando che si trattava di "scherzi di pessimo gusto" o punizioni dimostrative non violente destinate ai piccoli ladri che infestavano i mercati e i campi militari. Pur avendo sollevato un'ondata di indignazione internazionale e la ferma condanna dei vertici dell'esercito, i due paracadutisti della foto del falò vennero infine assolti dalle accuse di tortura per mancanza di prove sul reale danno fisico subito dal bambino.




Regole ingaggio
e il "paradosso della spiaggia"


Le corti militari belghe dovettero esaminare diversi casi legati alle severissime e talvolta frustranti Regole d'Ingaggio (ROE) imposte dall'ONU.


Un curioso caso giudiziario: Nel luglio del 1993, un soldato belga sparò un colpo di avvertimento sulla spiaggia di Chisimaio per allontanare un individuo che si avvicinava minacciosamente a una zona protetta. Il proiettile, rimbalzando sulla sabbia bagnata e compatta della costa, deviò in modo del tutto imprevedibile colpendo mortalmente un civile. Il tribunale militare assolse il paracadutista, stabilendo che la morte era stata un tragico e imprevedibile incidente balistico avvenuto mentre il soldato rispettava meticolosamente le procedure di sicurezza standard.




I caduti

I tre giovani paracadutisti belgi Gery Amand, Björn Smet e Jan De Waele, effettivi al 1° Battaglione Paracadutisti (1 PARA), persero la vita nel marzo del 1993 mentre prestavano servizio nel contingente internazionale schierato a Chisimaio. La loro scomparsa rappresenta uno dei momenti più dolorosi e intimi vissuti dalle forze armate di Bruxelles durante l'intera operazione d'Africa, un evento che scosse nel profondo i commilitoni e le comunità di origine in patria.


Il dramma si consumò lungo una delle tante e insidiose piste sterrate dell'entroterra somalo, dove il fuoristrada leggero su cui viaggiavano i soldati incappò nell'esplosione distruttiva di una mina antiuomo. L'impatto fu devastante e non lasciò scampo ai tre militari, provocando inoltre il grave ferimento di altri due compagni di pattuglia che si trovavano a bordo dello stesso veicolo. Quel giorno, il prezzo pagato dal reparto d'élite belga per garantire la sicurezza dei corridoi umanitari si palesò in tutta la sua cruda e tragica realtà.


La scomparsa dei tre paracadutisti spinse le istituzioni nazionali e internazionali a tributare loro i massimi onori solenni alla memoria. Ai tre giovani caduti vennero concesse la Medaglia Commemorativa per le Operazioni Umane Armate dello Stato belga e la Medaglia ONU UNOSOM. I loro nomi, impressi indelebilmente nei registri d'onore della brigata, restano ancora oggi il simbolo del sacrificio estremo compiuto da una generazione di soldati inviati a stendere uno scudo di protezione in una terra tormentata.


Gery Amand, Björn Smet e Jan De Waele erano giovani cittadini belgi che, nei primi anni Novanta, scelsero di affrontare il selettivo addestramento della Briga Para-Commando. Vennero assegnati al 1° Battaglione Paracadutisti (1 PARA), all'epoca di stanza nella caserma di Diest.


Per ottenere l'ambìto basco amaranto e il Brevetto A di Paracadutista, i tre giovani dovettero superare prove fisiche e psicologiche durissime presso il centro di addestramento di Schaffen, che includevano marce forzate a pieno carico, percorsi di ardimento e i lanci d'alta quota dall'aereo da trasporto C-130 Hercules. Questa preparazione li aveva trasformati in fanti d'élite, addestrati a operare in contesti di massima urgenza e isolamento geografico.


Alla fine del 1992, a poco più di vent'anni, i tre soldati ricevettero l'ordine di rischieramento all'estero. Vennero imbarcati verso la Somalia nell'ambito dell'operazione umanitaria e militare UNITAF (Restore Hope).


Giunti nel settore meridionale di Chisimaio, vennero aggregati alle pattuglie di controllo del territorio. Per mesi operarono quotidianamente a stretto contatto con la popolazione locale e in costante cooperazione con i veicoli blindati da ricognizione del 4° Reggimento Cacciatori a Cavallo, fungendo da scorta armata per i convogli alimentari e partecipando alle delicate operazioni di disarmo delle fazioni in città.


La loro vita si interruppe bruscamente nel marzo del 1993. Durante una missione di perlustrazione e messa in sicurezza delle vie di comunicazione fuori da Chisimaio, il loro mezzo leggero da ricognizione colpì una mina antiuomo occultata sotto la sabbia della pista sterrata. L'esplosione uccise sul colpo Gery, Björn e Jan.


I loro corpi rientrarono in Belgio con tutti gli onori militari.


  

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