LA 9ª COMPAGNIA CARRI “GHIBLI”
M60-A1 RISE/Passive
Il vento caldo del deserto e il rombo dei motori a dodici cilindri. Nella storia militare italiana del secondo dopoguerra, pochi reparti possono vantare un primato operativo e simbolico profondo come quello della 9ª Compagnia Carri "Ghibli". Inquadrata nel 132º Reggimento Carri della storica 132ª Brigata Corazzata "Ariete", questa unità è stata la punta di lancia pesante del contingente italiano in Somalia durante l'operazione IBIS II (sotto egida ONU - UNOSOM II) tra il 1992 e il 1993.
Quello della "Ghibli" a Mogadiscio non fu un rischieramento come gli altri: segnò il primo impiego operativo in teatro di guerra dei carri armati italiani dalla fine del secondo conflitto mondiale.
A seguito degli aspri scontri del luglio 1993, i comandi italiani dovettero fare i conti con una dura realtà tattica. La minaccia principale contro la quale si scontravano i mezzi corazzati e blindati era costituita da armi controcarro spalleggiabili dotate di proiettili a carica cava — sostanzialmente i diffusi lanciarazzi di produzione sovietica RPG.
Contro queste insidie i veicoli italiani, in particolare i trasporti truppa (VTT), potevano opporre ben poco, poiché non si era mai provveduto ad acquisire corazze adatte. La dottrina d'impiego originaria elaborata dall'Esercito Italiano per tali mezzi prevedeva infatti che operassero in aree dove queste minacce non si presumevano particolarmente attive.
Diversa era la situazione nelle missioni di supporto alla pace, che vedevano i veicoli operare per gran parte del tempo all'interno di aree urbane o di zone poco favorevoli alla manovra. Con distanze di ingaggio drasticamente ridotte, i lanciarazzi portatili avevano inevitabilmente un gioco facile.

M60A1 RISE/Passive della 9ª Compagnia "Ghibli" della 132° Brigata Corazzata "Ariete", Operazione Ibis 1993.
Lo Stato Maggiore dell'Esercito (SME) reagì con prontezza alla nuova minaccia:
- Per VTT e blindo Centauro: Vennero acquisiti con urgenza appositi kit di corazzature spaziate o reattive.
- Per i carri M60A1: Nonostante avessero già subito attacchi da lanciarazzi senza effetti devastanti per gli equipaggi, si decise di rivolgersi a paesi che avevano già sviluppato difese specifiche a carica cava, ovvero le corazze reattive (ERA - Explosive Reactive Armor).
All'epoca solo due nazioni disponevano di tali kit per l'M60A1: Israele (con le corazze Blazer) e gli Stati Uniti, che avevano sviluppato un kit per l'U.S. Marine Corps (USMC) all'interno del programma RISE (Reliability Improvement of Selected Equipment). Per accelerare i tempi, l'Italia decise di acquisire direttamente dai depositi dell'USMC di Quantico una decina di carri M60A1 RISE/Passive, passati nella riserva dopo l'adozione americana del nuovo M1A1 Abrams.
Un ufficiale dell'Ariete, il Capitano Pesce, fu inviato a Quantico per visionare i mezzi. I dieci carri richiesti giunsero direttamente in Somalia dagli Stati Uniti, con l'unico onere per l'Italia di pagare il trasporto. I mezzi fecero scalo a Livorno prima di essere imbarcati sulla nave mercantile che riforniva regolarmente il contingente. Insieme ai carri arrivò una quantità di pezzi di ricambio che, inizialmente, mise in difficoltà la catena logistica italiana, allora abituata a sistemi decisamente superati rispetto agli standard logistici americani.
I dieci carri americani vennero presi in consegna dai carristi della 9ª Compagnia "Ghibli", al comando del Capitano Maurizio Parri, e successivamente condivisi con il personale degli altri reparti secondo i turni di rotazione previsti. Prima di partire per il Corno d'Africa, la compagnia aveva affrontato un intenso periodo di addestramento di sette mesi, consumando ben 96.000 litri di gasolio e ben 1.136 colpi da 105 mm (suddivisi tra munizionamento da esercitazione tracciante TP-T, proiettili ad alto esplosivo al plastico HESH-T e anticarro HEAT-T).
Il 2 luglio 1993, Mogadiscio si trasformò in un inferno di fuoco. Durante un'operazione di rastrellamento nel quartiere di Haliwaa, le forze italiane caddero in una massiccia imboscata nei pressi del check-point Pasta. I paracadutisti della Folgore e i cavalieri del Lancieri di Montebello si trovarono bloccati sotto un fuoco incrociato devastante.
La 9ª Compagnia "Ghibli" venne inviata immediatamente come Forza di Intervento Rapido (QRF). I carri M60A1 RISE avanzarono lungo la via Imperiale, aprendo la strada ai soccorsi e fornendo uno scudo balistico insuperabile per i veicoli leggeri e per la fanteria bloccata sotto il fuoco degli RPG. Nonostante le tragiche perdite italiane di quel giorno — dove caddero Pasquale Baccaro, Stefano Paolicchi e Andrea Millevoi — l'azione risoluta dei carri della "Ghibli" evitò il completo annientamento delle pattuglie intrappolate.
Appena una settimana dopo la battaglia, il 9 luglio 1993, la tensione a Mogadiscio era ancora alle stelle. I comandi dell'ONU spingevano per una soluzione di forza per smantellare le barricate. Il contingente italiano, guidato dal generale Bruno Loi, scelse invece la via della diplomazia e del dialogo con i notabili locali e i miliziani morian.
In questa complessa partita a scacchi, la 9ª Compagnia giocò un ruolo psicologico decisivo. Schierata in una lunga colonna nei pressi dell'Hotel Guled, la presenza dei colossi d'acciaio ricordava a tutti la potenza di fuoco italiana.
Tuttavia, per supportare i delicati colloqui portati avanti dal maggiore Angelo Passafiume ed evitare di provocare la folla somala, il Capitano Parri ricevette l'ordine di ruotare le torrette e puntare i cannoni di lato, sul fianco della strada, anziché in avanti verso la folla. Questo gesto, ribattezzato simbolicamente come la "politica dei cannoni torti", privò i carri della loro veste aggressiva, rassicurando i miliziani e permettendo il rientro pacifico del contingente al pastificio senza sparare un solo colpo.

Un equipaggio della 9ª Compagnia carri “Ghibli” fa manutenzione a un M60A1."
I carri americani presi in prestito dall'USMC differivano profondamente dai modelli standard precedentemente in dotazione all'Esercito Italiano. Oltre alla vistosa corazzatura ERA, introducevano ammodernamenti tecnologici radicali derivati dal programma RISE e travasati dalla serie M60A3:
- Cingoli T142: Dotati di maglia metallica e pattini ottagonali in gomma smontabili. Garantivano maggiore resistenza allo sforzo, durata superiore rispetto ai vecchi T97E2 italiani e una marcia su strada decisamente più silenziosa.
- Motore AVDS-1790-2C RISE: Versione potenziata dotata di cablaggi elettrici a sconnessione rapida, generatore da 300A e alternatore raffreddato ad olio da 650 Ah. Il tempo medio tra due avarie gravi (MTBF) passava da 50 a ben 150 ore di funzionamento..
- Sistema di Stabilizzazione AOS (Add-On Stabilizer): Sistema di girostabilizzazione su due assi per l'armamento principale da 105 mm. I carri di controparte italiani erano totalmente privi di qualsiasi stabilizzazione dell'arma.
- Apparati Radio Avanzati: Radio in grado di trasmettere e ricevere contemporaneamente su tre frequenze, con la possibilità per il capocarro di pre-memorizzare dieci frequenze richiamabili tramite un selettore rapido..
- Sistema Fumogeno VEESS e lanciafumogeni M239: Un dispositivo di derivazione inglese associato al sistema VEESS (Vehicle Engine Exhaust Smoke System), che produceva cortine fumogene bianche iniettando direttamente gasolio nei condotti di scarico del motore. I contenitori degli artifizi erano riposizionati ai lati dei filtri dell'aria blindati ad accesso superiore (ATLAC).
- Armamento Secondario e Interni: Mitragliatrice coassiale M240 (la celebre MAG-58 belga) e una mitragliatrice pesante da .50 in torretta dotata di un interruttore di sicurezza che impediva l'esaurimento completo del nastro; ciò consentiva al capocarro di ricaricare l'arma dall'interno, senza doversi esporre al fuoco nemico. L'equipaggio beneficiava inoltre di un nuovo sistema interfonico, caschi moderni e un visore notturno ad amplificazione di luce per il pilota.
Sul piano estetico, il Capitano Pesce propose a Quantico di ridipingere i mezzi con una livrea desertica, poiché i carri si presentavano con la mimetica a quattro toni continentale di tipo MERDC (Mobility Equipment Research & Design Command). La proposta tuttavia non fu accettata, e i carri vennero schierati mantenendo la loro colorazione mimetica originale.
L'operazione IBIS II si concluse per l'Italia nel 1994. Purtroppo, nessuno di questi storici M60A1 RISE/Passive fu riportato in Italia per fini espositivi o museali: gli accordi bilaterali ne prevedevano la restituzione immediata agli Stati Uniti, che successivamente li concessero in prestito ad altri contingenti operanti nella regione.
Di quei giganti d'acciaio che mimetizzarono i propri cannoni per favorire la pace a Mogadiscio restano oggi solo i diari di bordo e poche storiche fotografie scattate dagli equipaggi. Le lezioni apprese dalla 9ª Compagnia "Ghibli", tuttavia, riscrissero le dottrine NATO: i carristi dell'Ariete dimostrarono al mondo che il carro pesante non era un ferro vecchio inutilizzabile nelle missioni di pace urbane, ma un insostituibile strumento di protezione e un formidabile pilastro di deterrenza geopolitica.
| Caratteristica Tecnica |
M60A1 (Esercito Italiano) |
M60A1 RISE/Passive (USMC / 9ª Cp. Ghibli) |
| Protezione Principale |
Corazza in acciaio fuso standard |
Corazze Reattive ERA (Explosive Reactive Armor) anticarica cava |
| Motore |
Continental AVDS-1790-2A |
Continental AVDS-1790-2C RISE (Affidabilità incrementata) |
| Impianto Elettrico |
Standard con cablaggi tradizionali |
Cablaggi a sconnessione rapida, generatore 300A, alternatore ad olio 650 Ah |
| Affidabilità Motore (MTBF) |
50 ore di funzionamento prima di avaria |
150 ore di funzionamento prima di avaria |
| Stabilizzazione Cannone |
Nessuna (puntamento solo da fermo) |
Sistema AOS (Add-On Stabilizer) girostabilizzato su due assi |
| Cingoli |
Modello T97E2 standard |
Modello T142 con maglia metallica e pattini ottagonali in gomma |
| Silenziosità di Marcia |
Ridotta (cingoli rumorosi su asfalto) |
Elevata grazie alla gommatura dei pattini T142 |
| Mitragliatrice Coassiale |
Beretta MG 42/59 |
M240 (versione americana della belga FN MAG-58) |
| Mitragliatrice Cupola (.50) |
Standard (ricarica esposta) |
Con interruttore anti-esaurimento per ricarica protetta dall'interno |
| Sistema Fumogeno |
Lanciafumogeni standard italiani |
Lanciafumogeni M239 (disegno inglese) + Sistema VEESS a iniezione di gasolio nello scarico |
| Filtri dell'Aria |
Standard a caricamento laterale |
Filtri blindati ATLAC con caricamento della cartuccia dall'alto |
| Apparati Radio |
Standard a frequenze limitate |
Radio a tre frequenze simultanee e 10 canali pre-memorizzabili |
| Visione Notturna |
Sistemi tradizionali a infrarossi passivi |
Visore notturno ad amplificazione di luce stellare per il pilota |
| Mimetica / Livrea |
Verde oliva standard EI |
Mimetica a quattro toni MERDC (continentale americana) |
Brigata Ariete
Distintivi carristi
Evento degno di nota
Tra i vari eventi si ricorda il carro comandato dall'allora Sgt. Magg. Romano dell'8ª Compagnia Carri "Bir Hacheim" / 132º Rgt. Cr., che ricevette un colpo di RPG direttamente sul periscopio della cupola M19, mettendo fuori uso il visore e l'armamento ma senza penetrare all'interno della camera di combattimento. Il suo M60A1, dopo essere stato riparato ed aver ripreso il servizio, è ancora in consegna al 132º Reggimento carri e fa mostra di sé nella piazza d'armi della caserma "De Carli" di Cordenons, sede del reparto. Ovviamente il carro ha subito il processo di demilitarizzazione richiesto dal trattato CFE per i veicoli corazzati destinati all'esposizione.
32º Reggimento carri
STANAG NATO
Nel periodo successivo al 1949, anno di ingresso dell’Italia nella NATO, lo STANAG rappresenta una sorta di targa collettiva che veniva applicata sulla parte anteriore e posteriore dei veicoli di un reparto.
Il nome deriva dall’abbreviazione di standardization agreement, vale a dire accordo di standardizzazione. In pratica rappresenta uno delle migliaia di sistemi di classificazione uniformi mediante i quali i paesi NATO operano nei più disparati aspetti dell’ambiente e della vita militare.
Esso consiste in un rettangolo, applicato sulla carrozzeria, diviso orizzontalmente in due parti: su quella inferiore compare un numero che indica il reparto che ha in carico il veicolo, mentre su quella superiore compare lo stemma o l’indicazione del reparto stesso. Lo STANAG non viene più applicato sui veicoli a partire dagli anni 2000 in poi.
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