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 PROPOSITI DEL PORTALE “CANGURO 11”

BENVENUTI NEL PORTALE "CANGURO 11"

 Questo spazio digitale si configura come un alveo non ufficiale, interamente consacrato alla memoria della Brigata Paracadutisti "Folgore" e, nello specifico, alla complessa cornice operativa della Missione IBIS in Somalia (1992–1994), evento storico che mi vide coinvolto in prima persona.

L’odierno portale raccoglie il testimone ideale del pionieristico progetto "Bunker Afrikano", fondato nell'ormai lontano 1999. In seguito, tra il 2009 e il 2026, l'attività editoriale ha subìto una prolungata interruzione, determinata dal concorrere di molteplici fattori: sterili rivalità insorte in ambienti virtuali affini, l'astio ideologico di chi propugnava una differente e talvolta ostile ermeneutica degli stessi fatti d'arme, unitamente a sopravvenuti impegni di natura professionale. In sintesi, questa iniziativa web aveva finito per ingenerare un carico di controversie e complicazioni ben superiore alle gratificazioni morali restituite a chi, come il sottoscritto, vi aveva profuso tempo, risorse e incondizionata passione. Eppure, nel corso di un decennio, quel nucleo originario era riuscito a catalizzare ricordi, testimonianze inedite, archivi iconografici e frammenti di storia vissuta, ergendosi a imprescindibile punto di convergenza per quanti avessero condiviso quel medesimo destino o intendessero indagarne l'intrinseco valore.

Di conseguenza, un patrimonio documentale nato per preservare l'identità e il ricordo collettivo rischiava di essere definitivamente condannato all’oblio. Riesaminando oggi quel monumentale lavoro d'archivio — frutto dell'entusiasmo e della dedizione della mia giovinezza — ho avvertito l'imperativo morale di non permettere che si dissolvesse nel nulla. Vi è un valore imperituro nel conservare tali testimonianze: un atto che non risponde a una sterile pulsione nostalgica, bensì al dovere etico di custodire e tramandare la memoria storica.

Nasce così questo percorso di graduale e rigoroso recupero delle pagine originarie, rinnovate tuttavia nella veste grafica e nella denominazione stessa del dominio. Il proposito cardine rimane immutato: offrire una testimonianza solida e documentata di quei drammatici giorni in terra somala. Sotto il profilo strettamente editoriale, il portale non persegue finalità informative legate alla cronaca contemporanea; l'intera disamina di reparti, dotazioni, materiali e dinamiche operative si colloca rigorosamente entro le coordinate cronologiche del biennio 1992-1994, fatte salve brevi e necessarie digressioni storiografiche. L'ambizione è quella di strutturare un esaustivo contenitore documentale che riunisca il più vasto compendio possibile di fonti relative a quel periodo.

Questo sito non riveste, né intende arrogarsi, alcuna veste ufficiale o pretesa di definitività: aspira unicamente a essere un sacrario virtuale dove ogni visitatore possa accostarsi a ciò che permane di un frammento di storia vissuta, al contempo intima e corale.

Ben ritrovati.




   Logo del portale “www.canguro11.it”.



RIFLESSIONI DEL WEBMASTER SULLA MISSIONE IBIS IN SOMALIA (1992-1994)

 A distanza di trentatré anni dal mio dispiegamento in terra somala, lo sguardo sul passato si carica di una consapevolezza nuova, inevitabilmente filtrata dal decorso del tempo. All’epoca dei fatti, a ventidue anni compiuti, non possedevo ancora quel bagaglio di esperienze necessario a decifrare le complesse e dolorose contraddizioni che governano le dinamiche geopolitiche globali. La mia transizione verso quel teatro operativo avvenne nelle file della Brigata Paracadutisti "Folgore", in qualità di militare di leva volontario.

La genesi di quella scelta risiedeva in una precisa convinzione personale, che ritengo tuttora valida: posto l’obbligo istituzionale del servizio di leva, il modo più fecondo per onorare quell'anno di transizione consisteva nel ricercare esperienze formative precluse nella vita civile. La "Folgore" rappresentava, in tal senso, l’eccellenza: offriva l’opportunità di conseguire l’ambìto brevetto di paracadutismo e garantiva standard operativi e addestrativi di altissimo livello. Pertanto, quando si profilò l’orizzonte della missione in Somalia, non vi fu spazio per l’esitazione. La mia adesione volontaria scaturì dal desiderio immediato e lineare di tradurre in atto, sul campo, il severo addestramento fino ad allora ricevuto, affrontando il banco di prova della realtà operativa con lo spirito di dedizione proprio del reparto.

Tuttavia, il riesame odierno di quella stagione – corroborato dalla successiva osservazione di Bosnia, Iraq, Libia, Afghanistan e Iran – impone una severa revisione critica delle narrazioni egemoniche veicolate dai media mainstream. Sorge spontaneo un interrogativo di fondo: quali furono le reali determinanti del nostro dispiegamento in Somalia?

Se la storiografia ufficiale si rifugia nella retorica dell’intervento umanitario, tale spiegazione appare oggi parziale e claudicante. Numerose altre nazioni versano in condizioni analoghe di sistemica sofferenza senza mai lambire le soglie dell'agenda mediatica globale. Quale fu, dunque, il reale motore di una mobilitazione tanto imponente, sostenuta da un dispendio di risorse economiche e umane di straordinaria entità?

Sotto il profilo dei benefici geopolitici per l’Italia, il bilancio appare problematico. Privo di una reale autonomia strategica, il contingente nazionale operò in una condizione di sostanziale subordinazione ai mandati delle Nazioni Unite e, di fatto, ai diktat dello Stato Maggiore statunitense. Emerge il fondato sospetto che il ruolo dell'Italia sia stato ridotto a quello di un mero contributore di forze atto a mitigare l'onere economico e politico degli Stati Uniti. Più che alleati paritetici, le nazioni partecipanti sembrano aver ricalcato lo status di vassalli strategici, coinvolti in imprese collettive dalle quali non avrebbero tratto alcun tangibile dividendo in termini di interesse nazionale.

In questa prospettiva di revisione storica, l’analisi induce a un radicale interrogativo: se l’epilogo del secondo conflitto mondiale nel 1945 abbia rappresentato una genuina liberazione o se, al contrario, non abbia sancito l'avvicendamento di una nuova e più sottile forma di occupazione egemonica. A sostegno di questa severa lettura geopolitica depone l'evidenza incontestabile dei fatti: a distanza di oltre ottant'anni da quegli eventi, il territorio nazionale ospita tuttora una fitta rete infrastrutturale straniera, quantificabile in oltre centoventi installazioni militari statunitensi. Questo dispositivo si traduce nella presenza permanente di circa tredicimila militari americani. Una simile proiezione di forza si configura come lo strumento materiale attraverso cui si esercitano, ancora oggi, profonde ingerenze e condizionamenti sulle dinamiche politiche, istituzionali ed economiche del nostro Paese.

Al di là delle necessarie premesse di ordine geopolitico, il piano dell'analisi macroscopica deve cedere il passo alla testimonianza della dimensione umana sul campo. Chiunque abbia partecipato alla missione in Somalia ha profuso ogni sforzo possibile per lenire le immani sofferenze di quella popolazione. Era impossibile restare indifferenti dinanzi a una simile devastazione: la totale assenza di beni di prima necessità e la regressione delle condizioni di vita restituivano l'immagine di un contesto antropologico quasi medievale.

Il giorno dello sbarco a Mogadiscio impresse nella mia memoria un trauma indelebile. La formula eufemistica di "missione umanitaria" si rivelò immediatamente inadeguata rispetto alla cruda realtà di un teatro di guerra autentico. Di quel primo impatto, permane incancellabile il ricordo olfattivo: un'atmosfera acre, satura dell'odore dei corpi in decomposizione. Si trattava di una tragica evidenza sensoriale che nessuna cronaca giornalistica, né alcuna immagine fotografica o televisiva, avrebbe mai potuto fedelmente restituire.

Nonostante i condizionamenti strutturali, ritengo che il contingente italiano abbia operato esprimendo il massimo delle proprie potenzialità relative. L'Italia sconta storicamente una limitatezza di risorse, aggravata da un dibattito politico interno che ha frequentemente osteggiato gli stanziamenti della Difesa. Questa cronica carenza finanziaria si è riverberata in una tangibile approssimazione logistica e nell'inefficienza dei materiali in dotazione, con mezzi che talvolta giungevano nel teatro operativo già in avaria dall'Italia.

Il divario tecnologico e logistico rispetto alle controparti multinazionali, in primis canadesi e statunitensi, era macroscopico, attestandosi su un rapporto stimabile di uno a tre. Per ogni risorsa o dotazione italiana, i nostri alleati disponevano di un triplo volume di equipaggiamento. Cionondimeno, proprio la scarsità di mezzi ha posto in risalto l'inventiva, la capacità di adattamento e lo spirito di sacrificio dei nostri militari, capaci di colmare con la virtù individuale le lacune sistemiche dello Stato.

Un ulteriore e grave limite strutturale alla sicurezza della missione è da rintracciarsi in quella peculiare attitudine geopolitica, squisitamente italiana, volta al compromesso sistemico, che rifugge dall'assunzione di direttive chiare. Questa ambiguità decisionale si è tradotta sul campo nell'adozione di Regole d'Ingaggio (RoE) paradossali e ai limiti dell'irrazionalità. La declinazione pratica di tali direttive imponeva una rigida e astratta simmetria nella risposta: all'offesa con sassi o armi bianche doveva corrispondere una reazione di pari natura. Si trattava di una dottrina viziata da un profondo errore concettuale, poiché del tutto cieca di fronte alla disparità numerica delle minacce. In un contesto in cui una massa critica di centinaia di ostili convergeva contro un nucleo esiguo di paracadutisti, il vincolo di una risposta speculare esponeva il personale al rischio concreto di un linciaggio, non lasciando altra opzione tattica se non il ripiegamento forzato.

Nell'analizzare la condotta del personale sul campo, è necessario rifuggire da qualsiasi tentazione di acritica idealizzazione: l'intento non è dipingere ogni militare come un eroe o un soldato modello. L'Italia schierò in Somalia un dispositivo di circa 2.500 militari e, all'interno di una compagine numericamente così rilevante, le risposte psicologiche ed emotive non potevano che essere eterogenee. Accanto a quanti manifestarono un'incrollabile motivazione e un fermo coraggio, vi fu inevitabilmente chi si trovò proiettato in una realtà drammatica e ingovernabile per le proprie risorse interiori, cedendo alla comprensibile vulnerabilità della paura. Riconoscere questa intrinseca fragilità restituisce la verità storica e umana di un contingente composto da uomini, e non da macchine.

Il crinale più drammatico e cruento dell’intera missione si consumò indubbiamente il 2 luglio 1993. In quella data, la tradizionale postura del contingente italiano si infranse contro una repentina e imprevista spirale di violenza cinetica. L'innesco di tale mutamento va ricercato nelle dinamiche dell’operazione "Canguro 11", un dispositivo di routine finalizzato al rastrellamento di armamenti nel distretto di Haliwaa.

L’attività ispettiva andò a intersecare la rete logistica e protettiva di una delle figure apicali della guerra civile somala: il generale Mohammed Farah Hassan, noto come "Aidid" (in somalo vuol dire "Il Vittorioso"). Ricostruzioni successive suggeriscono che il potente signore della guerra si trovasse occultato proprio all'interno di uno degli edifici inclusi nel perimetro del rastrellamento. Fu questo fattore contingente a scatenare la reazione immediata e coordinata delle sue milizie paramilitari, le quali avviarono una massiccia imboscata trasformando l'area circostante l'ex pastificio in un autentico e spietato campo di battaglia.

Quell'evento tragico determinò il sacrificio supremo di tre soldati italiani e il ferimento di altri trentasei commilitoni. Al di là dell’indubbio valore dimostrato sul campo, non può non scaturire un interrogativo etico e storico lacerante: quale senso profondo ha avuto il tributo di sangue di questi ragazzi? Quale fu il reale conseguimento strategico di tale sacrificio?

La risposta, a mio parere, risiede in un bilancio fallimentare, che accomuna lo scenario somalo ai successivi sviluppi in Afghanistan. Si tratta di giovani vite spezzate nell’adempimento del proprio dovere, ai quali va il più alto e incondizionato onore per la fermezza dimostrata; un onore che tuttavia non può essere esteso a quei decisori politici che decretarono il coinvolgimento dell'Italia in missioni che, a ben guardare, si configurano in aperta contraddizione con la nostra Carta fondamentale. Da tempo, purtroppo, è emersa la consapevolezza che la Costituzione venga sovente ridotta a mero feticcio testuale: evocata a convenienza e piegata a logiche di opportunità politica ogni qualvolta le tutele e i limiti da essa imposti non risultino funzionali agli interessi dei governanti.

In ultima analisi, sotto il profilo strettamente personale, la missione in Somalia ha rappresentato un'esperienza di straordinaria e insostituibile intensità sul piano umano. Essa ha squarciato il velo sulle drammatiche condizioni di esistenza di quelle popolazioni, imponendo al contempo la presa d'atto che, a fronte di una marea antropica di esseri umani bisognosi di tutto, il nostro sforzo operativo non potesse configurarsi che come una fragile goccia nell'oceano.

A cinquantacinque anni d'età, lo sguardo sul mondo si depura di ogni residua illusione giovanile, approdando a una sintesi che fotografa la cruda realtà dei rapporti di forza contemporanei. È ormai evidente come i decisori globali non nutrano alcun genuino interesse per il destino dei popoli. La storia si rivela come un perpetuo schema di sfruttamento, oggi tragicamente potenziato dalle moderne tecnologie digitali, finalizzato a perpetuare un'oligarchia in cui l'uno per cento della popolazione globale domina e parassita il restante novantanove per cento.

In questo scenario di universale disillusione, l'unico valore assoluto e incontaminato risiede nella memoria di quei ragazzi che, il 2 luglio 1993, affrontarono con indomito coraggio una battaglia disperata per la propria sopravvivenza. In quei frangenti estremi, crolla ogni sovrastruttura ideologica o retorica: non si combatte per lo Stato, per la bandiera o per il prestigio del reparto. Si combatte per proteggere colui che ti è a fianco, perché in quell'esatto istante il commilitone diviene un fratello. Si combatte, in definitiva, per difendere l'unica, vera famiglia che il destino ti ha assegnato sul campo di battaglia.



  


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